di Katone
Il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola ha annunciato la ripresa del programma nucleare. Entro il 2013 il governo intende avviare la costruzione di 4-5 nuove centrali nucleari di terza generazione con una potenza di 1600 MW ciascuna. La loro entrata in funzione non è prevista prima del 2020. L’obiettivo è raggiungere un mix energetico in linea con gli altri Paesi europei: 25% nucleare (oggi al 14%, importato totalmente dall’estero, soprattutto dalla Francia), 25% fonti rinnovabili e 50% energie fossili (oggi all’80%, importato anche questo). In questo modo si ridurrà la dipendenza energetica dall’estero e quindi il costo della bolletta energetica, la più cara in Europa proprio per l’assenza di centrali nucleari.
La scelta nucleare è problematica e paesi diversi hanno politiche nucleari diverse: in Francia il 78% del fabbisogno energetico è coperto da 20 centrali nucleari; in Gran Bretagna il 18% da 9 centrali; in Spagna il 20% da 7 centrali; in Giappone il 20% da 17 centrali; negli USA il 20% da 64 centrali, ma non ne costruiscono dal 1978; in Germania il 31% da 12 centrali, ma entro il 2020 il nucleare sarà abbandonato e si punterà tutto sulle fonti rinnovabili.
Le previsioni indicano che il consumo di elettricità crescerà notevolmente su scala mondiale entro il 2020 e, quindi, anche il suo prezzo aumenterà. Di qui la necessità di diversificare le fonti energetiche. Oggi l’energia elettronucleare ha un costo inferiore rispetto alle altre forme di energia. Inoltre non inquina perché non emette gas-serra. Ma nei prossimi anni ci saranno cambiamenti radicali e la scelta nucleare si rivelerà una costosa transizione verso altri metodi di produzione elettrica.
Attualmente tutte le centrali nucleari hanno reattori a fissione nucleare, dove avviene la rottura controllata di atomi pesanti tramite bombardamento di neutroni. Se non fosse controllata, la reazione di fissione genererebbe un’esplosione catastrofica: gli ordigni nucleari ne sono una prova.
Teoricamente è possibile anche la fusione nucleare tra due atomi leggeri. In natura le particolari condizioni richieste si riscontrano unicamente nei nuclei delle stelle. Riprodurle sulla Terra sarebbe un gran successo: l’energia liberata dalla fusione è 10 volte quella liberata dalla fissione. Per adesso la ricerca è ferma allo stadio sperimentale (progetto ITER). I primi reattori a fusione sono previsti nel 2020 e le prime centrali commerciali nel 2050. Ma sono decenni che queste date vengono posticipate. Per questo i fondi diventano sempre più scarsi e con essi anche la speranza di rispettare le previsioni. Non a caso i fautori del nucleare vedono le centrali di terza generazione come il ponte verso le centrali a fusione. Da notare che implicitamente ammettono che si tratta di una soluzione transitoria.
Passiamo ai numerosi problemi che comporta l’energia nucleare.
Il tempo di costruzione di una centrale è di minimo 5 anni e ce ne vogliono altri 5 per attivarla. Quindi per almeno i primi 10 anni non produrrà energia. Generalmente i costi complessivi superano di ben 3 volte i costi previsti. Oggi la costruzione di una centrale di terza generazione richiede almeno 3 miliardi di euro. Gli unici due esempi del genere sono ancora nella fase di cantiere: in Finlandia e in Francia entrambi stanno accumulando ritardi per difetti di progettazione e di costruzione che fanno aumentare di continuo i costi e che potrebbero lievitare a 9 miliardi di euro.
Nelle centrali nucleari l’energia elettrica è il prodotto di un lungo processo. Le reazioni di fissione generano calore che fa evaporare l’acqua di raffreddamento dei reattori. Il vapore prodotto fa girare le turbine. L’energia meccanica delle turbine viene poi convogliata all’alternatore, dove si trasforma in energia elettrica. In pratica le centrali nucleari non sono altro che delle enormi caldaie.
Il combustile nucleare è l’uranio-235, un isotopo raro (0,7% del totale) e costoso del più comune uranio-238 (99,3% del totale). L’uranio-235 va arricchito per essere utilizzato nei reattori. L’arricchimento produce solo ¼ di combustibile fissile, mentre per ¾ produce uranio impoverito. Questo materiale altamente resistente, utilizzato per corazzare carrarmati e aumentare il grado di penetrazione di proiettili e missili, è anche altamente tossico. A pagarne le conseguenze sono i militari e i civili, colpiti da tumori, leucemie, malformazioni fetali. Gruppi terroristici potrebbero impadronirsene e costruire una “bomba sporca”, dal micidiale potere distruttivo e radioattivo.
Secondo l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) al ritmo attuale dei consumi le riserve mondiali di uranio si esauriranno entro il 2035 oppure entro il 2026 se la domanda aumenterà. Al mondo sono in progetto decine di nuove centrali. Perciò la domanda e il prezzo dell’uranio sono destinati a crescere accelerando il suo esaurimento. Esiste però un modo per ricavare uranio-235 attraverso il processo di fertilizzazione del torio-232, un elemento molto più abbondante e quindi economico. In India molte centrali sono alimentate a torio.
La diffusione del torio risponde anche all’esigenza di non proliferazione nucleare. Costruire un reattore è molto più complesso che costruire un ordigno nucleare, quindi i Paesi che riescono a costruire centrali nucleari potrebbero molto facilmente dotarsi di testate atomiche. Questo è già successo in Israele, Sudafrica, India, Pakistan e Nord Corea. E potrebbe accadere anche in Iran.
Un altro aspetto della sicurezza riguarda gli incidenti e gli attacchi terroristici. In 60 anni decine sono stati gli incidenti alle centrali. Migliaia sono state le persone che si sono ammalate e centinaia quelle che sono morte a causa di fughe radioattive: l’episodio di Černobyl è tristemente famoso.
Le centrali inoltre sono obiettivi sensibili ad attacchi terroristici: sabotaggi e attentati esplosivi potrebbero distruggere una città e contaminare intere regioni rendendole inabitabili.
Il problema più pressante e ancora privo di soluzione riguarda le scorie radioattive prodotte dalla fissione. La radioattività delle scorie decade col passare degli anni secondo tempi che variano da elemento ad elemento: per l’uranio si parla di decine di anni, per il plutonio di migliaia di anni, per il cesio di milioni di anni. L’unico modo ritenuto sicuro per smaltirle è di confinarle: le scorie a bassa radioattività sono conservate in depositi superficiali in apposite aree protette. Invece le scorie altamente radioattive vengono depositate in strati geologici stabili e privi di infiltrazioni. Di solito si tratta di miniere di salgemma abbandonate o delle profondità dei deserti. In passato però migliaia di fusti radioattivi sono stati gettati in mare con gravissime conseguenze sull’ecosistema marino.
Si stima che il 96% delle scorie potrebbe essere riprocessate con ulteriore produzione di elettricità nei trasmutatori e nei Reattori Autofertilizzanti Veloci (FBR, Fast Breeder Reactor). Anche questi reattori producono scorie, ma meno pericolose: per loro il tempo di decadimento radioattivo arriva al massimo a 50 anni. In particolare gli FBR innalzano l’efficienza delle reazioni dall’attuale 5% ad un teorico 100% ed utilizzano l’uranio-238, circa 140 volte più abbondante dell’uranio-235, trasmutandolo però nel pericoloso plutonio-239, materiale adatto per gli armamenti nucleari, molto tossico e radioattivo.
I reattori non sono eterni: quelli di prima e seconda generazione si esauriscono dopo 25 anni dall’attivazione, quelli di terza dopo 50. Terminato il ciclo operativo, si procede allo smantellamento dell’impianto. L’operazione può avvenire in tempi lunghi o in tempi brevi: più i tempi sono lunghi, maggiore è il risparmio. In Italia infatti smantellare in pochi anni 3 centrali nucleari costerà 2 o 3 volte il loro costo di costruzione. A pagare sono, e saranno per anni, gli italiani tramite alcune voci della bolletta elettrica debitamente camuffate.
Resta da quantificare l’impatto ambientale delle centrali. I reattori nucleari non emettono gas-serra o ceneri, ma l’estrazione mineraria e il trattamento dell’uranio sì. Nell’intero ciclo di vita, però, le emissioni sono paragonabili a quelle dell’energia eolica. C’è da considerare anche che le centrali nucleari accentrano al massimo grado un forte potere di controllo economico-sociale nelle mani di poche persone. Per ovviare a questo problema bisognerebbe decentrare la produzione in piccole e numerose centrali sparpagliate su tutto il territorio. In fine il bilancio energetico del nucleare non è positivo: l’intero processo, dall’estrazione del combustibile sino alla fissione, può consumare più energia di quanta ne produca.
In Italia in seguito ai referendum del 1987 il programma nucleare è stato sospeso e le centrali nucleari sono state chiuse: Latina nel 1987, Trino e Caorso nel 1990 (Garigliano già nel 1982). Ma le scorie sono ancora un problema assillante: una parte viene spedita a caro prezzo in Francia per essere vetrificata e depositata lì per 20 anni. Inutile dire che il servizio si paga. Quando tornerà indietro, si dovrà trovare loro una nuova sistemazione. Nel 2003 il tentativo di sotterrarle a Scanzano Ionico senza consultare prima la popolazione si è risolto con una mezza rivolta e l’allora governo Berlusconi ha dovuto rinunciare.
Se si considera che molti fusti radioattivi riempiono le centrali dall’epoca della loro chiusura perché non si sa dove metterli, è facile supporre che le scorie prodotte dalle nuove centrali nucleari saranno trattate in modo analogo. E il caso dei rifiuti di Napoli non è incoraggiante. Inoltre alcune persone parlano della costruzione di 10 centrali, facendo supporre che l’interesse economico è verso gli appalti miliardari che si prospettano, come dimostra la corsa alla costruzione dei rigassificatori: 10 centrali potrebbero costare dai 30 ai 90 miliardi di euro in 10 anni e più, visti i tempi di costruzione in Italia. Perché il problema di fondo è l’assenza di una politica energetica nazionale. La creazione di un Ministero per l’Energia come negli USA potrebbe essere una soluzione, dato che importiamo il 95% dell’energia dall’estero. Ma questo andrebbe contro troppi interessi e metterebbe ordine in un settore che ordine non vuole.