Posted by: zeugidi | 29 Maggio, 2008

Come ammalarsi bruciando i rifiuti

di Katone

L’emergenza rifiuti di Napoli ha imposto ancora una volta un’attenta riflessione sul problema dello smaltimento dei rifiuti. Vista la mancanza di abbondanti fonti di energia in Italia, si è pensato di cogliere due piccioni con una fava. Infatti politici ed imprenditori sostengono che l’unica soluzione che risolva contemporaneamente la questione dei rifiuti e quella energetica sia la costruzione di termovalorrizatori. Il suono della parola allude a un qualcosa di buono, positivo, utile, ma non è così.

Questi non sono altro che i vecchi inceneritori adattati per catturare il calore sprigionato dalla combustione dei rifiuti e per distribuirlo poi alle abitazioni sotto forma di teleriscaldamento. L’idea sembra allettante, ma bisogna considerare che per riscaldare adeguatamente le abitazioni, i termovalorizzatori devono trovarsi in prossimità delle città o, meglio, al loro interno. Esempi ce sono in tutto il mondo: a Barcellona e a Vienna ne hanno costruito uno proprio nel centro cittadino. A Brescia, dove è stato costruito quello più grande d’Europa, si trova dentro la città. Effettivamente le case ricevono calore dalla combustione dei rifiuti, ma si sottace il lato negativo di questa tecnologia: le ceneri e le polveri sottili se inalate provocano malattie. Numerosi studi epidemiologici dimostrano un aumento di tumori e malattie nervose nelle aree dove sono maggiormente diffusi gli inceneritori. Questo è un dato di fatto e sorprende che un oncologo come il dott. Veronesi affermi che non ci siano prove a riguardo.

Credere che per smaltire i rifiuti sia sufficiente bruciarli, oltre a non essere vero è anche paradossale perché in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Innanzitutto i rifiuti per bruciare hanno bisogno di certe sostanze che aiutano la combustione, altrimenti il fuoco non si sviluppa. Si tratta per la maggior parte di calce, bicarbonato, acqua e ammoniaca che vengono aggiunti in grandi quantità. E qui incontriamo il primo paradosso. Se si vuole eliminare una tonnellata di rifiuti, se ne deve aggiungere un’altra di queste sostanze col risultato di aver raddoppiato la massa finale dei rifiuti.

Infatti i rifiuti una volta bruciati non spariscono nel nulla solo perché non li vediamo più, ma si trasformano in ceneri e polveri. Ora non bisogna farsi fuorviare dai termini familiari: nei termovalorizzatori non si brucia legname, ma materiali industriali inquinanti. Le ceneri prodotte sono pesanti e vanno smaltite in apposite e quindi costose discariche. Questo è il secondo paradosso: con l’avvento dei termovalorizzatori le discariche non spariscono. Anzi. Da immensi immondezzai diventano ricettacoli di rifiuti tossici molto più nocivi dei rifiuti originali. Queste ceneri sono definite inerti perché caratterizzata da una bassa reattività chimica, ma non altrettanto biologica. Ciò implica che se entrano nel ciclo alimentare, l’organismo non avrà possibilità di difendersi e si ammalerà. La probabilità è abbastanza alta, se si considera che già oggi i campi coltivati in Campania sono fortemente inquinati dalla diossina sprigionata dai rifiuti chimici delle industrie del nord sepolti sotto di essi dalla camorra (vedi “Gomorra”).

Le polveri si suddividono in due tipi: filtrabili e condensabili. Le polveri filtrabili sono facilmente intercettabili con un filtro. E qui si trova il terzo paradosso: le polveri filtrate infatti non vengono smaltite, ma sono reimmesse nel processo di combustione. Quindi permangono nel ciclo e col tempo tendono ad aumentare con la conseguenza di accumulare per le generazioni future altri rifiuti tossici. Purtroppo non esistono filtri in grado di intrappolare tutte le polveri, ma solo quelle di un certo diametro. Quelle con un diametro inferiore, e sono la maggior parte, sfuggono e si disperdono nell’aria. Queste sono dette nanoparticelle e sono pericolose perché se inalate passano dai polmoni al sangue in un minuto e dal sangue in ogni organo in 60 minuti. Le patologie che possono causare sono gravi: cancro, malformazioni fetali, Parkinson, Alzheimer, intossicazione, infertilità, infarto e ictus. Le polveri condensabili invece si formano al di sotto del filtro e quindi, per gravità, restano all’interno del termovalorizzatore. In realtà c’è un terzo tipo di polveri, dette secondarie, che derivano dalla condensazione dei gas rilasciati nell’atmosfera. Queste si formano anche a grande distanza dal luogo di origine e la loro ricaduta provoca effetti patologici.

Per quanto riguarda l’aspetto economico, il finanziamento della costruzione dei termovalorizzatori è pubblico ma non statale. I fondi finanziari sono raccolti tramite il CIP-6, una voce presente in ogni bolletta ENEL che destina, secondo la legge n. 9 del 1991, il 7% della tariffa da pagare allo sviluppo delle «energie rinnovabili e assimilate». Quest’ultimo aggettivo, apparentemente innocuo, in realtà è un mostro giuridico che nasconde in sé raffinerie, rigassificatori, centrali a carbone e termovalorizzatori. Queste sono le fonti “assimilate” ad acqua, vento e sole. E questo è il quarto paradosso. A conferma di quanto detto, l’ultima finanziaria del governo Prodi aveva eliminato il finanziamento tramite il CIP-6. Il risultato è stato che l’asta per aggiudicare l’appalto dell’inceneritore di Acerra è andata deserta. In pratica gli imprenditori non si azzardano a mettere i propri soldi nella costruzione dei termovalorizzatori e preferiscono che sia lo Stato ad accollarsi i rischi e le spese che si rifà sulle bollette degli utenti.

In Italia sono 51 i termovalorizzatori. La maggior parte è dislocata a nord, dove il problema dei rifiuti non è presente, mentre la Campania ne è priva e le conseguenze sono a tutti note. Anche il Lazio rischia il collasso e per questo sono stati proposti 4 termovalorizzatori, ma la popolazione si oppone. Se si sovrappone una mappa dell’incidenza dei tumori nella popolazione sopra una mappa che indica la presenza dei termovalorizzatori si scopre al nord i casi di tumore sono molto di più che al sud, dove gli unici picchi si trovano vicino alle discariche delle ecomafie e alle raffinerie di Gela.

Il problema che nessuno pone è che i termovalorizzatori non possono bruciare tutto e in modo indifferenziato, ma solo certi tipi di rifiuti appositamente trattati. Per fare ciò però bisogna procedere alla raccolta differenziata. Questo è già da tempo una realtà in Germania, paese particolarmente attento alla natura. In questo modo Berlino ha ridotto i rifiuti del 50% in 6 mesi mentre Francoforte del 70% inviando a tutti i cittadini un opuscolo pratico e intelligente che spiega come differenziare i rifiuti senza commettere errori. Questi obiettivi sono incredibili eppure alcuni sono stati già raggiunti grazie all’informazione delle istituzioni e alla partecipazione dei cittadini, due cose estranee alle tradizioni italiane.

I rifiuti, divisi in base al materiale, vengono separati in due grandi gruppi: quelli per il CdR (combustibile da rifiuti) e quelle per il riciclaggio. Il CdR è il combustibile dei termovalorizzatori ed è diventato tristemente famoso col disastro delle ecoballe, nome quanto mai adeguato per la sua ironica ambiguità. Dalla loro combustione si produce calore, ceneri e polveri. Il riciclaggio permette un ritorno economico non indifferente: il vetro, la plastica e i metalli possono essere riutilizzati praticamente all’infinito; la carta riciclata vale di più dell’energia che se ne può ricavare bruciandola; gli avanzi del cibo possono essere compostati e utilizzati come concime.

Raccolta differenziata e riciclaggio, se opportunamente impiegati, possono addirittura eliminare la necessità dei termovalorizzatori con un conseguente risparmio economico e un consistente incentivo per le aziende operanti nel settore dei rifiuti. Questo è il caso di San Francisco che punta entro il 2012 ad azzerare la produzione di rifiuti (Zero Waste): già nella prima fase sono stati creati quasi 800 posti di lavoro e l’acquisto di materie prime è crollato. Purtroppo la legge italiana permette solo monopoli privati a capitale pubblico, mentre una reale liberalizzazione porterebbe concorrenza tra le aziende e quindi meno inquinamento e maggiore occupazione.

In ultima analisi i termovalorizzatori sono costosi, nocivi, inefficienti: non risolvono il problema dei rifiuti, la loro costruzione ricade sulle tasche dei cittadini e favoriscono l’insorgere di gravi patologie. Per farli funzionare bisogna ricorre alla raccolta differenziata, ma questa da sola potrebbe addirittura renderli inutili. Un modo per rendersi conto della situazione è usare i termini appropriati: non chiamiamoli ipocritamente termovalorizzatori, ma onestamente “termotumorizzatori”. Solo così i cittadini sapranno valutare le decisioni prese (o imposte?) dai nostri politici per il nostro futuro (o il loro?).

Un grazie di cuore per il lavoro e per l’impegno profuso per questa battaglia al dott. Stefano Montanari direttore scientifico del Laboratorio di Ricerche di Nanodiagnostics di Modena, presieduto e fondato dalla dott.essa Antonella Gatti, scopritrice delle nanopatologie.

Posted by: zeugidi | 23 Aprile, 2008

La zavorra del debito pubblico

Di Katone

Uno dei temi più controversi e sottaciuti riguarda il debito pubblico. Il debito pubblico è la somma dei debiti che lo Stato deve ai privati, siano essi cittadini possessori di Titoli di (debito di) Stato, siano essi potenti gruppi bancari sotto forma di prestiti internazionali e aiuti allo sviluppo.

Il debito pubblico italiano supera i 1600 miliardi di euro. Una cifra enorme. Naturalmente indebitarsi a tal punto richiede tempo. A cosa è servito? Tra breve cercheremo di capirlo. Ma prima bisogna considerare il fatto che la causa sono stati decenni di spese folli a cui i governi post-1989 non hanno saputo porre rimedio.

L’Italia è il terzo paese al mondo più indebitato al mondo, ma non è la terza economia mondiale. Questo comporta il problema della sostenibilità di un tale ammontare rispetto all’intera economia italiana. Per comprendere la sua grandezza si usa rapportarlo al PIL. Gli ultimi dati lo danno al 104% rispetto al PIL.

Facciamo un confronto. Negli USA, la prima economia al mondo, il rapporto debito/PIL è al 60% e si stanno preoccupando. Infatti un alto debito alla lunga rallenta la crescita economica. Si è calcolato che negli ultimi venti anni il PIL americano “perduto” è stato almeno del 20%. Gli stessi effetti, se non peggiori, li abbiamo da noi.

I nostri governanti, rispetto ai colleghi americani, non sembrano preoccupati. Il motivo è che il debito va separato in due momenti: il presente e il futuro. Nel presente un debito è un’entrata di denaro, quindi un arricchimento immediato. Nel futuro invece è un’uscita di denaro a causa degli interessi, quindi un impoverimento posticipato. Ma il futuro è un tempo lontano e non è detto chi si indebita oggi un giorno sarà lui a ripagarlo. Il meccanismo è questo: per ripagare le ingenti somme di denaro ottenute a prestito, di solito, uno stato impiega 20-30 anni. Naturalmente più soldi si devono, più tempo ci vorrà a restituirli. Il lasso di tempo necessario al pagamento coincide con una o più generazioni, confidando nella speranza che queste saranno più ricche di quelle precedenti grazie alle infrastrutture costruite da loro tramite il debito. Quindi il debito sarà ripagato da figli e nipoti, mentre a goderne saranno i padri o i nonni. Ma se invece di strade e ferrovie, i debiti se ne vanno in stipendi e progetti inutili, il risultato sarà l’impoverimento delle generazioni future. Questo è quello che sta succedendo in Italia dagli anni ’70.

Andando indietro nel tempo si scopre che il debito italiano inizia a salire a partire dal 1970 e cresce a ritmi sempre maggiori fino a toccare il 120% nel 1994, anno in cui la tendenza si inverte, ma solo leggermente, dopo l’intervento dell’UE.

L’aumento della spesa pubblica è servita a finanziare nuove istituzioni senza che quessti apportassero ricchezza al Paese. Tra i tanti sono da annoverare le Regioni, l’indiscriminato proliferare di uffici periferici, la sovrapposizione di competenze territoriali (stato/regioni, province/prefetture), la scala mobile non collegata alla produttività, la pensione statali calcolate tramite contributi figurativi (coperti da quelli versati dai privati), le USL per garantire la sanità gratuita universale, la gestione antieconomica delle società statali (IRI,SIP, SME, Poste, Ferrovie, Alitalia, Autostrade), il dilatarsi oltre ogni limite della durata dei processi giudiziari.

Cosa comporta concretamente? Ogni anno 75 miliardi vengono spesi per pagare il servizio del debito, cioè gli interessi. Il Sistema Sanitario Nazionale, da solo, costa 100 miliardi l’anno. Se il 4,5 % del PIL se ne va così, si capisce l’origine dei “buchi” e delle “risorse insufficienti”. Per questo la pressione fiscale ha raggiunto il 43% del reddito. Se però si sommano le tasse locali si tocca il 55% effettivo, come nei paesi scandinavi. Con la differenza che lì le tasse vengono spese saggiamente per ospedali, scuole e sicurezza perché c’è meno corruzione, meno evasione e hanno meno debito pubblico.

La ricetta per diminuire seriamente il debito pubblico sono più tasse. Un modo intelligente sarebbe diminuire gradualmente il debito, riservando una parte dei fondi per le infrastrutture e il mercato del lavoro in modo di ottenere contemporaneamente una crescita economica e sostenuta che ridurrebbe il rapporto debito/Pil.

L’Italia ha molti problemi, ma quello che li genera tutti non viene mai citato. Stupisce che un argomento tanto importante sia stato appena sfiorato dai programmi elettorali. Forse è un segnale della scarsa comprensione dell’argomento e di come sia sottovalutato. Soprattutto con dichiarazioni tese a diminuire la pressione fiscale senza diminuire parallelamente il debito pubblico.

Se le colpe dei padri ricadono sui figli, il debito pubblico ne è l’esempio più lampante.

Posted by: zeugidi | 2 Aprile, 2008

Alla ricerca della governabilità

di Katone

 

Nelle democrazie moderne sono i cittadini a scegliere i propri rappresentanti e il governo tramite libere elezioni. Una volta eletto, il governo deve avere in parlamento la fiducia di una larga maggioranza su cui appoggiarsi. La stabilità di governo è una condizione difficile da raggiungere, ma necessaria se si vuole un’amministrazione efficiente e un’economia sana.

In Italia nei primi 47 anni di repubblica si sono susseguiti ben 50 governi. In pratica ogni anno c’era un governo diverso e questa anomalia non è stata corretta. Anzi tale patologia è diventata cronica e ha generato conseguenze disastrose: corruzione, nepotismo, clientelismo, abusi, truffe, criminalità organizzata si sono diffusi nei partiti e nella burocrazia man mano che il sistema giudiziario perdeva efficacia. Ma l’effetto peggiore non è stato mai approfondito seriamente: il debito pubblico italiano.

Se si divide l’ammontare del debito pubblico per il numero dei cittadini si scopre che ogni italiano ha un debito inconsapevole di circa 20.000 euro. Anziani e neonati compresi. Ci si chiederà che cosa si è fatto con 1.500 miliardi di euro. Guardiamoci intorno. Scuole, ospedali, tribunali non ne hanno beneficiato. Lo stesso vale per strade, ferrovie e aeroporti. Il discusso ponte sullo Stretto di Messina non è mai stato iniziato. Le centrali nucleari sono state chiuse in seguito ad un referendum, ma le risorse per le energie rinnovabili sono andate a termovalorizzatori e a rigassificatori. Insomma tutti quei servizi e quei progetti cruciali per lo sviluppo del paese sono stati trascurati. Ma allora che fine hanno fatto tutti quei soldi?

A quanto pare la maggior parte ha preso strade diverse. Una strada era lo “scivolo politico”. Negli anni ’70-’80 ad ogni cambio di governo i dipendenti assunti dal governo precedente venivano sostituiti da quelli del nuovo governo (spoil-system o lottizzazione). Venivano forse licenziati? Ci mancherebbe. Venivano mandati in pensione. E numerosi erano i casi di persone che avevano 30-35 anni d’età, non di lavoro. Un’altra strada erano gli sprechi di risorse pubbliche come cantieri aperti, poi chiusi e poi riaperti per errori di progettazione, evidentemente sfuggiti ai distratti controllori. Oppure medicine gratis per chiunque in qualsiasi quantità, senza distinguere tra chi ne aveva bisogno e chi no.

Anche le spese per il mantenimento della democrazia hanno inciso molto: indennità parlamentari, pensioni parlamentari, viaggi gratis, sconti ed agevolazioni immobiliari sono tutte simboleggiate dalle autoblu, aumentate a dismisura al crescere delle “facilitazioni” autoconcesse ai nostri rappresentati. La strada preferenziale però rimaneva la “corruzione a mezzo mazzetta”. I partiti godevano di finanziamenti statali, ma non bastavano mai. E così tutto ebbe un prezzo: appalti, concorsi, concessioni, autorizzazioni venivano aggiudicati grazie a forti percentuali per chi aveva permesso l’affare. Il Parlamento tentò di affrontare i problemi emanando un profluvio di leggi e leggine che invece di risolverli, li alimentava. Così la certezza del diritto fu diluita in oltre 120.000 tra leggi e regolamenti, mentre in Francia, un paese per molti versi assai simile all’Italia, non arrivano a 17.000.

La situazione era giunta al limite. Primo segnale fu lo scandalo Tangentopoli, seguito poi dall’inchiesta Mani Pulite. Indagini e processi però hanno solo scoperchiato il calderone. La classe dirigente della prima repubblica è stata travolta dagli scandali finanziari, dalle tangenti e dai finanziamenti illeciti ai partiti. Ma i meccanismi di gestione del potere non sono cambiati. Tant’è che anche D’Alema ha lanciato l’allarme. La questione morale, guarda caso, si protrae dagli anni ’70, quando l’Italia, diventata una potenza mondiale, mal digeriva tutta quella ricchezza a causa di strutture giuridiche inadeguate e che da allora hanno fatto pochi progressi.

Ma esiste una ricetta per la stabilità? Se interventi strutturali sono costosi e rischiosi, un modo per garantire la governabilità è la legge elettorale. Due sono i sistemi in base ai quali si regolano le elezioni: il sistema maggioritario, dove vince chi supera il 50% dei voti; e il sistema proporzionale, dove i seggi sono assegnati in proporzione ai voti. Per assicurare maggiore stabilità si può assegnare anche un premio di maggioranza.

Il sistema maggioritario è tipico dei paesi di cultura anglosassone e presuppone una società che ricomponga le varie esigenze in due grandi aree politiche: per esempio il Partito Laburista e il Partito Conservatore in Gran Bretagna; il Partito Democratico e il Partito Repubblicano negli USA.

Il sistema proporzionale si riscontra negli stati dove le istanze sociali non riescono a confluire in aree omogenee. Il potere è diviso tra più partiti che formano alleanze elettorali per vincere le elezioni. Una conseguenza però è la frammentazione politica. Per questo una soglia di sbarramento indica la percentuale minima oltre la quale i partiti hanno diritto ad avere seggi in parlamento.

Dal 1946 al 1992 in Italia le elezioni si sono svolte con il sistema proporzionale puro, privo di soglie o premi. I partiti minori hanno goduto di ampi diritti, ma le maggioranze erano deboli e i governi instabili, smembrati da frequente spinte centrifughe.

Nel 1993 in seguito ad un referendum fu adottato un sistema misto che assegnava il 75% dei seggi col maggioritario e il restante 25% col proporzionale. L’insolita formula era frutto di un compromesso tra innovatori e tradizionalisti. Con l’obiettivo di giungere gradualmente a due schieramenti come nei paesi anglosassoni, i partiti furono costretti a raggrupparsi in due grandi coalizioni.

Il bipolarismo doveva essere la soluzione alla frammentazione politica. Invece i governi continuarono a cadere per l’uscita dalla maggioranza di singoli partiti. Da segnalare che una relativa stabilità la si era raggiunta: nel 2001-2006 il secondo governo Berlusconi è giunto a fine mandato, primo e unico caso nella storia italiana. Il bipolarismo però non garantiva la stabilità. L’errore fondamentale del sistema “all’italiana” era stato calare dall’alto schemi adatti a società anglosassoni senza agire con riforme profonde, in mancanza della quali il progetto era destinato al fallimento.

Alla fine l’esperimento si è concluso con la riforma del 2005. Il sistema misto è stato sostituito da un sistema proporzionale corretto con soglia di sbarramento. Per la prima volta i cittadini residenti all’estero possono esprimere il proprio voto. Ma la legge ha un difetto: per la Camera è previsto un premio di maggioranza nazionale, mentre per il Senato è assegnato regione per regione.

Alle elezioni del 2006 questo dualismo ha attribuito la Camera al centro-sinistra e il Senato al centro-destra. Distanziate solo dallo 0,6% di voti, le coalizioni avrebbero potuto formare un governo trasversale. D’altronde era già avvenuto: nel 1852 Cavour e Rattazzi si unirono nel “connubio”; nel 1944-1948 i governi transitori furono governi di unità nazionale, composti dagli esponenti dei maggiori partiti antifascisti. Un esempio recentissimo veniva dalla Germania, dove nelle elezioni del 2005 al pareggio tra SPD e CDU era seguita la “Grosse Koalition” guidato del cancelliere Angela Merkel.

La proposta di Berlusconi di un governo di larghe intese ha trovato contrari quasi tutti gli esponenti politici da Bertinotti a Bossi. Prodi ha preferito una vittoria di misura confidando nell’appoggio dei senatori a vita. Con soli due senatori in più, una maggioranza tanto contestata non poteva che logorarsi lentamente. Il colpo di grazia è giunto ancora una volta da un partito, dimostrando che in Italia i partiti contano più dei governi e che l’instabilità ormai è endemica.

La legge elettorale del 2005 va rivista. A dirlo sono molti esponenti di entrambi gli schieramenti. Uno su tutti: Calderoli, il suo ideatore, l’ha definita una «porcata». Purtroppo il governo era impegnato a puntellare una traballante maggioranza al Senato tramite il frequente ricorso al voto di fiducia, sintomo di debolezza. Inoltre in Italia è tradizione che fatta la riforma elettorale bisogna andare alle urne. Non a caso il governo Berlusconi ha varato il “porcellum” a fine mandato, pochi mesi prima delle elezioni.

Il motivo di tanta incertezza è dovuto allo strapotere dei partiti che traggono maggiori vantaggi con “governi ballerini” che, di fatto, ne sono ostaggio. Per giunta nelle schede non si possono più esprimere preferenze. La scusa è stata quella di impedire il voto di scambio, ossia che i cittadini, intimoriti, votassero secondo le indicazioni di personaggi potenti o mafiosi. In effetti le liste bloccate, composte da persone di fiducia, hanno legalizzato la partitocrazia e trasformato le elezioni in un plebiscito. Purtroppo le riforme si sono arenata sui privilegi della casta. La democrazia si è fatta più indiretta, elitaria, virtuale.

Posted by: zeugidi | 10 Marzo, 2008

L’uomo flessibile e il mercato globale

Di Katone

 

Visitando il blog di Beppe Grillo è possibile scaricare gratuitamente “Schiavi Moderni - I precari nell’Italia delle meraviglie”, un libro in cui sono raccolte varie testimonianze di persone obbligati a lavorare da precari. Leggendo le loro storie ci si fa un’idea di come la società stia perdendo velocemente le conquiste sindacali e regredendo paurosamente verso un’economia alla Dickens, dove il padrone comanda e il lavoratore ubbidisce.   I salari dei precari oscillano tra i 3 e i 5 euro l’ora lordi. Permettersi un’abitazione non è fattibile con salari simili. Ciò significa che molti sono condannati a rimanere con i genitori. In questo modo essere «bamboccioni» non è una scelta, ma una costrizione. I mass-media li chiamano «giovani», anche se molti hanno superato i 30 e alcuni i 40. Come si può pensare di sposarsi e formare una famiglia se non si può avere la serenità di un lavoro stabile? Forse non è chiaro, ma alla generazione dei precari si sta impedendo di progettarsi un futuro.  I lavoratori sono diventati economici strumenti multifunzionali che un imprenditore può utilizzare nella quantità e nel modo che gradisce. Un lavoratore precario è un lavoratore usa-e-getta perché può essere reclutato, spremuto e gettato via in qualsiasi momento. Il datore di lavoro lo può facilmente ricattare perché è privo di garanzie contrattuali e sindacali: tredicesima, assicurazione contro malattie ed infortuni, ferie retribuite, contributi previdenziali sono solo un costo. Inoltre il precario è un ostaggio che, a fronte di un magro salario e di un impegno notevole, vede la propria vita appiattita in turni serrati e irregolari che gli impediscono di usare il tempo libero per cercarsi un’occupazione migliore.  Buona parte del merito spetta sicuramente alla “globalizzazione”. Cosa sia non è chiaro. Una definizione di questo evento storico, che costringe culture lontane ad un quotidiano confronto, non esiste. Una buona approssimazione è “integrazione di mercati locali in un unico, immenso, libero mercato globale”. Quali sono le cause? L’uso sistematico e capillare dei moderni mezzi di trasporto e di telecomunicazione che permettono di connettere un australiano con un inglese, di vendere azioni dalla borsa di Tokyo a quella di New York, di mangiare cipolle cinesi e bere vino cileno.  Per legittimarlo giuridicamente e regolarne il funzionamento, sono stati firmati gli accordi del WTO, l’Organizzazione del Commercio Mondiale, che, non a caso, garantisce la libera circolazione di merci tra continenti. Quindi sviluppo tecnologico e, di riflesso, sviluppo economico sono, rispettivamente, il motore e il pilota di questo fenomeno che comunemente viene percepito come un “progresso troppo veloce” che si fa fatica a seguire con lo stesso passo accelerato.  Un mondo che si rimpicciolisce ogni giorno che passa crea facili occasioni di arricchimento per chi ne ha le capacità. Ma anche non pochi problemi per chi si ritrova a fare da ingranaggio in questo marchingegno planetario. Si chiudono gli stabilimenti in occidente e li si aprono nell’Est europeo, in Asia o in America Latina. Questo succede perché lì i lavoratori costano meno. Il risultato è una guerra tra poveri dove a vincere sono le multinazionali.  La concorrenza non è più solo tra imprese, ma anche tra lavoratori. Facciamo alcuni esempi. Il distretto tessile di Prato ha chiuso perché schiacciato dalle industrie d’abbigliamento cinesi. Lo stabilimento della Thyssen-Krupp di Torino, in cui sono morti 7 operai, doveva essere chiuso e la produzione spostata in India. Gli autotrasportatori italiani hanno scioperato per protestare contro l’imposizione di macinare chilometri senza sosta per non essere tagliati fuori dai camionisti romeni che prendono la metà. In Francia alcune industrie hanno manifestato la volontà di trasferirsi in Romania, ma per non perdere il lavoro sindacati e dipendenti hanno accettato di lavorare per più ore a parità di salario. Addirittura in Inghilterra alcuni call-center sono stati delocalizzati in India.  In Italia da 10 anni si tenta di arginare l’ondata della globalizzazione con la «flessibilità del lavoro». Che è un modo asettico per dire che i lavoratori si devono adattare ai ritmi forsennati che impone il mercato globale. I risultati li abbiamo sotto gli occhi.  Il lavoro non è più un diritto, ma è un’elemosina. I lavoratori flessibili non possono discutere sul trattamento. Anzi; dovrebbero ringraziare chi offre loro un’opportunità, seppur predatoria, visto che a contendersi un posto ai call-center o ai fast-food sono in milioni. E infatti molti si lamentano, ma tutti non fanno che adattarsi alle conseguenze nuovo ordine mondiale.  I lavoratori flessibili si devono adattare ad ogni mansione richiesta e a salari da fame. I lavoratori flessibili si devono piegare al volere del datore di lavoro, devono dare tutto in cambio di poco o nulla. A proposito. L’immagine di una persona che si piega per soddisfare ogni richiesta potrebbe suggerire a qualcuno una battuta poco elegante, ma efficace. Per non cadere di stile, ci limitiamo a parafrasare la metafora con un amareggiato “che fregatura!”.

Ecco in sintesi il contributo che studiosi qualificati e indipendenti hanno dato all’opera di Grillo. Questi temi non trovano spazio nei dibattiti che ci somministrano per narcotizzare il libero pensiero. Riflettiamoci. Anche la canna di bambù è flessibile, ma oltre un certo limite si spezza.

Schiavi moderni – I precari nell’Italia delle meraviglie

 Prefazione

di Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia

 La legge 30 che ha introdotto la flessibilità in Italia non viene contestata, mentre in Francia poche settimane di mobilitazione studentesca hanno portato al ritiro di una proposta analoga.  Le politiche di flessibilità del lavoro hanno prodotto salari inferiori, maggiore incertezza e consumi minori che si sono tradotti in una domanda aggregata inferiore, in maggior indebitamento delle famiglie e in livelli occupazionali più bassi.  L’Italia ha bisogno di politiche volte a sostenere la domanda aggregata e di riforme strutturali. La rigidità ostacola lo sviluppo economico. Ma senza protezioni sociali la flessibilità diventa precarietà. Queste misure sono costose, ma sono necessarie per restituire sicurezza ai lavoratori flessibili. Inoltre i loro salari non dovrebbero essere inferiori, ma superiori perché hanno maggiore  probabilità di licenziamento.  In Italia un precario ha una probabilità di essere licenziato 9 volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità 5 volte inferiore di trovare un nuovo impiego dopo la fine del contratto e il 40% dei precari è laureato. A che serve spendere tanto per istruirli se poi lavorano ai call-center?

Postfazione

di Mauro Gallegati (con la collaborazione di Roberto Leombruni)

 Il precariato è un male necessario e non lo si può evitare: l’unica cosa concessa ai legislatori è limitarne gli eccessi.  In Italia si è pensato di introdurre la flessibilità lavorativa per risolvere il problema della disoccupazione. La prima legge sul lavoro precario risale al 1996 con l’istituzione dei Co.Co.Co. (contratti di cooperazione coordinata e continuativa). Grazie a questa riforma il numero di occupati è cresciuto ad un ritmo sostenuto tra il 1998 e il 2002. Dopodiché con l’introduzione della legge 30 del governo Berlusconi si è verificato un brusco rallentamento tra il 2003 e il 2004 e addirittura una flessione nel 2005. Se si confronta l’andamento dell’occupazione con quello delle ore di lavoro si nota che a partire dal 2005 in Italia ci sono più lavoratori che lavoro.  Il tasso di disoccupazione da solo non dice quanti hanno trovato lavoro: dice solo in quanti cercano lavoro. Molti perdono fiducia e smettono di cercarlo: sono i lavoratori scoraggiati. Statisticamente queste persone non sono incluse nel calcolo della disoccupazione. Il loro numero fino al 2003 è rimasto stabile attorno alle 600.000 unità, ma poi nel 2004 è balzato a 1 milione e nel 2005 a 1.250.000. Ciò implica che la disoccupazione è calata non perché sono stati creati nuovi posti di lavoro, ma perché ci sono meno persone sul mercato del lavoro.  Non tutte le forme di flessibilità sono dannose. Alcune corrispondono davvero ad una reale necessità organizzativa. Tra quelle “tutelate” basta citare i contratti a tempo determinato, gli apprendistato, e perfino forme “iperflessibili” come il lavoro interinale, il job sharing e il lavoro a chiamata. Ma queste sono le eccezioni. La maggior parte dei precari sono Co.Co.Co.  Se l’idea del legislatore era di creare le possibilità per i giovani di inserirsi nel mercato del lavoro, di fatto li ha costretti ad essere sfruttati dalle aziende.  Prima del 1996 l’unico modo regolare per prendere un lavoratore per un breve periodo era quello di firmare un contratto a tempo determinato. O in alternativa un contratto di prestazione d’opera occasionale, spesso con la promessa di assunzione futura. L’ultimo rapporto di lavoro era molto vicino al lavoro nero.  Nel 1996 i Co.Co.Co. non fanno che regolarizzare la via alternativa e trasformare il lavoro flessibile in lavoro precario. La nuova categoria di lavoratori non gode dei diritti spettanti ai dipendenti perché figurano come collaboratori: quindi niente contributi sociali per la pensione. Solo nel 2000 è stata concessa la copertura per infortuni e malattie tramite la riforma degli ammortizzatori sociali.  La legge Biagi ha cercato di migliorare la situazione modificando i Co.Co.Co. in Co.Co.Pro. (contratti di collaborazione a progetto). Le buone intenzioni sono state presto deluse. Con la legge Biagi il contratto di lavoro va scritto (con i Co.Co.Co. non era obbligatorio) e va indicato il progetto di collaborazione. Se non si può identificare un progetto, l’impresa può essere obbligata ad assumere il lavoratore come dipendente. Però la stessa legge Biagi stabilisce che il giudice non può “sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano al committente” (art. 69). Inoltre la circolare 1/2004 Maroni ha precisato che un Co.Co.Pro. è rinnovabile all’infinito.  Da parte delle imprese la reazione è stata ambivalente: da un lato molti Co.Co.Co. sono diventati Co.Co.Pro., dall’altro temendo la clausola sopraccitata hanno costretto molti collaboratori ad aprire una partita IVA minacciandoli di non rinnovare il contratto.  La precarietà è voluta dalle imprese italiane perché stanno in piedi solo sottopagando i lavoratori. Infatti molti dicono che aumentando i controlli aumenterebbe il lavoro nero. Insomma, invece di  far emergere il lavoro nero, lo si è legalizzato.  Qual è la prospettiva per milioni di precari? Dato che le leggi in vigore favoriscono l’inserimento nel mercato del lavoro, ma non la stabilizzazione tramite contratti a tempo indeterminato, con minori versamenti contributivi e in futuro le pensioni saranno da fame.

Posted by: zeugidi | 11 Febbraio, 2008

La società e l’energia

Di Zeugidi

 

 

Secondo stime ufficiali, nell’aria, prima della rivoluzione industriale per ogni milione di particelle 280 erano molecole di ossido di carbonio. Il carbonio, come noto, ha la capacità di intrappolare il calore ed impedire l’emissione nello spazio aperto delle onde luminose assorbite dalla terra, creando il cosiddetto effetto serra. Tale sistema rientra ed è sempre rientrato nell’ordine necessario della natura, ma con l’arrivo dell’era moderna l’uomo ha riscoperto i molteplici piaceri dettati dal comfort ed ha applicato tutte le tecnologie introdotte nel corso di questi ultimi secoli in funzione dell’energia. L’energia che crea elettricità, che fa muovere i motori, che riscalda le nostre abitazioni.

Prima che il consumo venisse offerto in scala mondiale e creasse business inimmaginabili, il carburante che i fisici e i matematici progettavano per alimentare i motori di ogni genere era di tipo vegetale. Poi, però, dagli studi alla pratica, si è scoperto che a parità di prestazioni si poteva consumare in quantità minori il petrolio piuttosto che questi carburanti vegetali. Parallelamente, il carbone che già segnava le guerre politiche sul finire dell’ottocento, divenne una risorsa principale per creare energia e contribuire al comfort comune. L’introduzione di innumerevoli operazioni commerciali da parte di chi deteneva il possesso dei carburanti, giustificava l’incauta valutazione del pericolo derivante dai gas di scarico proveniente da tutti quegli organismi chiamati alla conversione energetica.

Negli anni 50 infatti, le particelle di carbonio per milione presenti nell’aria divennero 315 e oggi addirittura 380. Ma attualmente, con gli Stati Uniti che annunciano all’Onu che nel 2020 produrranno il 20% in più di anidride carbonica e la Cina che costruisce 1 centrale a carbone a settimana, sembra che gli appelli di scienziati e luminari non convergono nella, si può dire, unanime visone del profitto, del gigante che sovrasta l’etica. Si prevede, tra l’altro, che se non si porrà rimedio al problema dell’effetto serra, sul finire del secolo, il riscaldamento globale e tutte le conseguenze nefaste che tutti scongiuriamo, rischiano di divenire una triste realtà. La soglia oltre la quale è rischioso procedere è quella di 450 molecole di ossido su un milione. Calcolando che ogni anno il valore cresce di due punti, sarebbe bene ridurre drasticamente le emissioni dei gas serra in non più di 30-40 anni. I timidi tentativi presentati dalle poche case automobilistiche nella creazione di motori ibridi, sono appunto timidi e per adesso mal visti dai consumatori. Senza dubbio è necessario un fronte comune comprendente le voci del risparmio e del riutilizzo assieme a una forte campagna culturale per installare nella mente dei cittadini la consapevolezza che le grandi rivoluzioni partono dal basso e non vengono imposte dai grandi industriali, poco sensibili al bene comune e molto attenti ai guadagni.

Con l’aiuto degli incentivi statali si può creare un’efficiente catena di riciclaggio ( quella che non esiste in Italia, se solo pensiamo al caos campano ) e con la partecipazione del singolo utente si può ridurre drasticamente il consumo superfluo di elettricità. Poi la palla passa a chi crea medi e grandi beni di consumo. Sarebbe bene rispettare le nuove norme in tema di risparmio multiplo nella costruzione di abitazioni (pannelli solari, impianti moderni) e costruire nuove tipologie di automobili a basso consumo e poco dipendenti dalla benzina. Infine è la volta dei grandi imprenditori, coloro i quali riforniscono la maggior parte delle utenze e a cui carico vengono rivolte le accuse di invecchiare il “sistema”, ma anche gli inviti a convertire, ad esempio, le centrali a carbone in impianti a energia rinnovabile, eolica o solare che sia (sono ben avviati studi riguardo moderne forme di centrali a carbone che non disperdono l’anidride carbonica e l’azoto in aria, bensì intrappolano essi nel sottosuolo) . Da notare è il fatto che coloro che detengono i mercati delle vecchie tecnologie sono restii a investire in moderne forme di energia nonostante l’apertura a nuovi mercati possa creare nuove figure professionali e rinnovare i business. D’altronde se non si trovano valide alternative ai gas serra la situazione diventa sempre più insostenibile.

Io che inseguo statistiche in ogni dove e scrivo articoli in favore della razionalizzazione dell’energia e della riduzione dei gas nocivi, non creo moralismo inopportunamente. Nel mio piccolo cerco di ottemperare alle leggi della natura: non abuso insensatamente degli elettrodomestici, eseguo con zelo la raccolta differenziata e mi infurio quando leggo che sono in procinto aperture di termovalorizzatori fatiscenti… Studiando l’ingegneria ambientale sto osservando che esistono numerose tecniche per salvaguardare l’ambiente partendo dalla riduzione del consumo di energia, anche e soprattutto nella costruzione degli edifici. Ritengo che l’innovazione tecnologica può crescere in simbiosi con l’attività umana e non divenire una succursale della speculazione finanziaria.

Posted by: zeugidi | 4 Febbraio, 2008

La Divina Commedia: l’opera

Di Zeugidi

 

 

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La recensione che scrivo per gli attenti lettori riguarda il musical (una produzione Nova Ars) che va in scena da dicembre, e che regala repliche a distanza di due mesi, al Teatro Divina Commedia nei pressi dell’Università di Tor Vergata, creato appositamente per la rappresentazione de “La divina Commedia: l’opera”. (Per info su produzione, attori, teatro www.ladivinacommediaopera.it)

Il giudizio che traggo nell’insieme è positivo, ma non è quel genere di opera che pare azzeccata in tutti gli aspetti. Spiego le mie ragioni.

Il cast, giovane e dinamico, ha superato la prova del nove. Buone interpretazioni, ottime esposizioni canore e carattere lodevole. Dante è sicuro e non sbaglia approccio, Virgilio lo accompagna e diventa la spalla ideale, Beatrice raccoglie la scena in quasi tutto il secondo atto, Ulisse e Francesca (di Paolo e Francesca) offrono grande spettacolarità e non si fanno inglobare passivamente nello sceneggiato.

Tuttavia anche agli occhi dei poco esperti (vedimi), lo sceneggiato è risultato clamorosamente asimmetrico. Avvolgente, denso, gradevole il primo atto, del tutto fuori luogo il secondo.

All’inizio la compagnia inscena veramente la Commedia così come Dante Alighieri, con tutti i suoi significati nascosti, le sue allegorie, ha da sempre voluto far emergere. E sono proprio questi topos che risaltano agli occhi dello spettatore, il quale si immedesima immediatamente nel racconto degli eventi e rimane coinvolto per tutta la durata del primo atto. Incorniciato da grandi musiche e da un corpo di ballo impeccabile, il susseguirsi degli episodi è ben congeniato e lo spettacolo in sé non appare noioso, tutt’altro. Ottima anche la figura di Dante, su cui si incentra il viaggio spirituale. Il regista non si discosta dalla vera Commedia. Prima la selva oscura, poi le tre fiere, poi ancora l’incontro con Virgilio. Il viaggio continua per tutto l’inferno e grandi collaborazioni vengono offerte dai vari Caronte, Francesca, Pier delle Vigne, il conte Ugolino e Ulisse, con impostazioni di scena che cambiano volta per volta insieme ad uno sfondo computerizzato che riproduce icone in continuo movimento, e accompagnano l’incuriosito spettatore sino a fine atto. Colori, musiche, colpi di scena rimangono gli ingredienti principali della prima parte del musical.

Così come il primo atto è rimasto fedele ai versi del Sommo poeta, il secondo è apparso piuttosto inappropriato. Si perde la chiara dinamica degli eventi, prerogativa che era stata all’inizio dell’opera, in sacrificio di una maggiore libertà esecutiva. Questo aspetto, a mio avviso, ha contribuito al parziale estraniarsi dello spettatore che non ha più chiaro l’avvicendarsi degli eventi. Se l’inferno è centrato più sull’aspetto del viaggio inteso come evento curioso, ma anche e soprattutto come indagine interiore da parte di Dante uomo, il purgatorio fuso con il paradiso, non contiene in sé messaggi o allegorie. O almeno così mi è parso di scorgere. I direttori in cabina di regia hanno voluto agire di propria iniziativa inscenando prolungate canzoni (numerose quelle di Beatrice), accentuati soliloqui (la disperazione di Virgilio al momento dell’addio a Dante) e riproduzioni incomprensibili (la fastosa entrata in scena di Beatrice a mo’ di faraone). Si è quindi soffermato maggiormente sul dettaglio dei singoli aspetti senza riuscire più ad amalgamare l’intreccio che sfugge di mano e si allontana dalla Commedia dantesca.

Se da un lato la rappresentazione dell’inferno appare un’encomiabile prestazione, dall’altro il secondo atto perde, come direbbe Dante stesso, la retta via.

Voto: 7,5 primo atto; 6 secondo atto. Nel complesso prova più che sufficiente, ma non eccellente.

Da vedere.

 


Posted by: zeugidi | 28 Gennaio, 2008

Il grande disastro (seconda parte)

Di Zeugidi

Chi sono gli artefici di questo disastro. Sicuramente studiando una gran mole di documenti si intuisce che la gran parte della responsabilità è da ricercare nelle cariche politiche e istituzionali colpevoli di lassismo e mala interpretazione esecutiva. Poi enumeriamo aziende che prevalicano di propria volontà decreti della costituzione e normative inerenti la sicurezza, di sfondo ad amministrazioni pubbliche che si dimenticano di imporre veti di ogni genere, loro che potenzialmente dovrebbero mostrare alla società i retti esempi morali.

Andiamo con ordine. Bassolino, dopo aver in passato ricoperto la carica di sindaco di Napoli, ora è da 15 anni governatore della regione Campania. In tutti questi anni non si è giunti ad una soluzione adeguata riguardo il tema dello smaltimento dei rifiuti, nonostante gli innumerevoli incentivi da parte dello Stato congiunti al tentativo di risollevare uan politica tendente al regresso. A partire dal 1994, la regione Campania è stata sottoposta al commissariamento di Guido Bertolaso, una gestione che è costata 500 milioni di euro e una risoluzione d’emergenza che ha fatto registrare spese per 1 miliardo e 300 milioni. La situazione del commissariamento, lungi dal risolvere il problema, è costata allo Stato altri 9 milioni per le numerose “consulenze di esperti” e non ha affrontato la questione del rinnovamento. Di seguito, l’11 maggio dello scorso anno, con un decreto legge il governo Prodi ha stabilito l’apertura di 5 grandi inceneritori. Per la scelta dei siti non sono state fatte “valutazione di impatto ambientale”, infatti nel piano non c’è l’interesse a elencare le conseguenze negative dovute agli inceneritori e come si legge nell’articolo 1, “l’utilizzo dei siti è disposto in deroga alle specifiche disposizioni vigenti in materia ambientale, paesaggistico territoriale, di pianificazione della difesa del suolo, nonchè igienico-sanitarie”. Ma questi famosi siti non sono stati mai aperti. E allorquando l’emergenza rifiuti diveniva lentamente una questione insostenibile, entra in scena la Fibe alle cui casse sono giunti 2 miliardi di euro allo scopo di coprire i costi dello smaltimento della spazzatura. Putroppo però lo smaltimento dei rifiuti non ha assunto le proporzioni pattuite negli accordi, poichè i territori campani hanno iniziato ad “accudire” in zone che abitualmente non dovrebbero fungere da discariche a cielo aperto (strade, piazze), centinaia di tonnellate di rifiuti, un fiume di monnezza che straripa. Ma allora dove sono finiti quei soldi? E soprattutto, perchè le strade sono piene di rifiuti e non è in funzione alcun impianto di trattamento e di raccolta differenziata? L’abilità delle istituzioni è stata quella, non potendo garantire più il bene pubblico non si sa per quale obsoleto motivo, e quindi non potendo giustificare l’assenza di siti di stoccaggio e la spazzatura che inondava le strade, di rigirare la colpa ai cittadini, “rei” di essersi opposti con vigore all’apertura di discariche a cielo aperto, che definire conformi alle minime normative di sicurezza è incorrere in paradossi. Spesso queste discariche si distendono ai piedi di collinette densamente abitate e il piacevole olezzo, portatore di malattie e di infezioni virali giunge nei pressi dell’abitato, dipingendo una situazione da terzo mondo. La politica invece di spiegare i motivi per cui i soldi investiti nella costruzione di siti di racolta differenziata sono serviti a regalare ai cittadini campani strade stracolme di “monnezza”, a promulgare appelli alla coscienza civile da parte delle altre regioni perchè “ricevano un poco di quella spazzatura presso i loro impianti”, ha contribuito a riaprire discariche da tempo chiuse e a ordinare all’esercito di picchiare a sangue la folla di manifestanti inferociti.

Questi famosi politici. O meglio il governatore della regione Campania, colui che dovrebbe garantire per il bene pubblico e che risponde del suo opreato, come ogni covernatore fa, soltanto a Roma. Sto parlando di Antonio Bassolino. Leggendo diversi aritcoli del Corriere della Sera, non ho potuto non notare alcune procedure incernierate proprio su ‘O Re.

La Campania ha sulle sue spalle un debito enorme, in gran parte accumulato a causa dei buchi della sanità. La legge le permette, a certe complicate condizioni, di rifinanziare il proprio debito cioè di ricontrattarlo a condizioni diverse e si presume migliorative. Un po’ come un proprietario di una casa che voglia rivedere le condizioni del proprio mutuo. Ebbene negli ultimi tre anni (2004, 2006 e 2007) Bassolino è riuscito a mettere in fila una dietro l’altra operazioni di rifinanziamento di vecchi prestiti per circa 4 miliardi. Una marea di operazioni finanziarie che coinvolgono principalmente sempre due banche: Merrill Lynch e Ubs. E con la combinazione che negli uffici «debt capital markets per il settore pubblico europeo di Ubs» c’è proprio il figlio di Bassolino. Il quotidiano napoletano Roma, ha segnalato la cambinazione alcuni anni fa e si è beccato una querela. Il Sole 24 ore più asetticamente ci informa che a settembre del 2006 Bassolino jr «assume la responsabilità del business anche per clienti corporate e del settore pubblico italiani». Insomma almeno dal settembre del 2006 è ufficiale ciò che il Roma denunciava dal 2003 e cioè il gigantesco conflitto di interesse che sussiste tra il Bassolino indebitato e il figlio che gli ristruttura il debito.

La stampa napoletana è asservita. Questo spiega come, nonostante gli sfracelli, ‘o Re resista. Eletto sindaco nel ‘93 fece il colpo grosso convincendo il costruttore romano Caltagirone a comprare Il Mattino, storico giornale cittadino. Caltagirone ha grossi interessi immobiliari a Bagnoli, l’ex zona industriale. Bassolino gli fece capire che l’area della sua Cementir, azienda ormai chiusa, sarebbe diventata edificabile. C’era infatti un progetto che avrebbe dato alla città respiro e occupazione. Sono stati spesi 1.100 miliardi di vecchie lire per bonificare i terreni avvelenati dalle industrie. Poi basta. L’area è dimenticata da anni e oggi è uno squallido deserto urbano.

. La magistratura locale è l’altra baluardo del bassolinismo. Le stesse toghe che macellarono per finanziamento illecito la classe politica degli anni ‘90 - i Gava (Dc), i De Lorenzo (Pli), i Di Donato (Psi) - assiste muta da tre lustri al clientelismo dilagante e alla rovina evidente della città, ossia a molto peggio. Grazie a ‘o Re si sono formate sei milioni di ecoballe di immondizia. Qualsiasi cosa si faccia adesso, il problema resterà irrisolto per anni. Infatti, il termovalorizzatore di Acerra - unica struttura finora programmata - potrà solo smaltire l’arretrato. Ci metterà, secondo calcoli, sei anni. La camorra intanto continuerà a buttare nelle discariche i lucrosi rifiuti tossici di mezza Europa. In Campania si dà per inevitabile a breve l’avvelenamento delle falde acquifere e dell’intero ciclo alimentare, dalle bufale alla mozzarella. Nonostante questo scenario, i magistrati tacciono. Il solo che pare intenzionato a chiedere il rinvio a giudizio di ‘o Re è il pm Noviello, considerato di sinistra tosta, mentre il grosso degli altri appartiene alle correnti riconducibili ai Ds. Bassolino ha anticipato la sua ardita linea difensiva: «Io firmavo carte, ma non sapevo quali».

Posted by: zeugidi | 21 Gennaio, 2008

In Papa veritas

Di Zeugidi
La giornata del Papa. Il colonnato di Bernini questa mattina ha abbracciato una folla festante, pronta ad invadere piazza San Pietro per manifestare il proprio dissenso per tutto quello che è successo o, come spesso accade, tutto quello che è stato abilmente manipolato. Cosa o chi ha fatto sì che politici, laici, giornalisti, cittadini si iritovassero tutti assieme per vivere una domenica indimenticabile? Non si sa. Una serie di circostanze, c’è chi dice volute, c’è chi dice perfettamente dettate dal caso. Una storia dal delicato intreccio, intensa, a tratti altamente emotiva e dai molteplici protagonisti. La figura di Benedetto XVI divenuta all’improvviso vittima di intolleranza, irrispettosità, brutale menefreghismo, da una parte, quella di alcuni studenti che non si capacitavano del perchè il loro rettore non avesse concesso una semplice e pacifica manifestazione, dall’altra. Nel mezzo intrigati enigmi. Rettori che diventano improvvisati tirranni, politici che scatenano dibattiti sull’ateismo e sulla moralità, mentre sullo sfondo vanno in scena scandali giudiziari e cresce vertiginosamente il partito di chi vede il tramonto di una classe politica che sta traghettando la seconda Repubblica nei meandri di una foresta oscura. La sceneggiatura è possente, ha una forte carica passioneale, e ancora le televisioni, che scatenano finimondi. Il famoso rettore….se non si sapesse che all’università La Sapienza è già tempo per le nuove elezioni di rettorato, e che da qualche anno è in corso una flessione di nuove iscrizioni, verrebbe da pensare a una casualità. A questo punto all’attento spettaotre sorgono spontanee alcune domande: perchè il preside ha respinto la richiesta di una libera e democratica manifestazione contro l’arrivo del Papa? E soprattutto, perchè l’inaugurazione dell’anno accademico in pieno gennaio? Probabilmente perchè era conscio che rifiutando l’allenstimento della protesta organizzata, gli studenti avrebbero fatto ricorso al piano 2: occupare l’aula magna, creando le condizioni ideali per un caso mediatico, e far sì che sua Santità potesse rifiutare l’invito. L’intreccio qui diventa degno del miglior Shakespeare, con vittime designate (Papa, cristianità), crudeli solleva-popoli (studenti e professori), figure che divantano di secondo piano (rettore), e nuovi narratori (giornalisti e televisioni). Il dibattto allora irrompe la scena e si consuma vorticoso come un’uragano in piena attività. Rinascono i Guelfi e i Ghibellini, gli atei e i cristiani, i laici e i moralisti e si combattono a spada tratta. E’ poi la volta di polici che diventano tutt’un tratto idealisti, sognatori e giustizieri. Lunghe interviste con tanto di documentazioni, format televisivi che spiegano tutti i dettagli di un caso divenuto storia. Ma all’appassionato spettatore, colpito da questa scenegguiatura d’autore e da dialoghi mozzafiato, sfugge il nocciolo della vicenda… la vera causa del dibattito qual’è stata?
Mentre il Papa abbraccia i suoi fedeli, e racconta di pace e fratellanza, l’Italia arranca nel pantano di scandali politici, con gli stessi politici, il giorno prima implicati in scomodi procedimenti, ed ora che vengono purificati dall’opinione pubblica al solo pensier di aver detto “io sono col Papa”. Le vere questioni passano in secondo piano, quando, si sa, a regnare non è certo il buon senso.
Come direbbe Shakespeare…C’è del marcio…
E io aggiungo… in Papa Veritas.
Posted by: zeugidi | 19 Gennaio, 2008

Il grande disastro (prima parte)

Di Zeugidi 

 Come al solito i media hanno preferito trascurare le vere cause del più grande disastro ambientale che la recente storia del nostro paese abbia mai affrontato, già annunciato, ma lasciato consapevolmente al suo tristo destino. Diventa usuale e piuttosto semplice, una volta giunti alle solite violenze polizia-cittadini, pronunciare il classico…..”siamo in Italia”, una frase divenuta un proverbio. Fa comodo, perchè quando il colpevole sa che il suo operato sta per essere smascherato, si appella al luogo comune dell’Italia, della terra dei corrotti… Fa comodo anche ai giornalisti, ai grandi intellettuali che appaiono ogni giorno in seno a una scatola parlante chiamata televisione e si lamentano, distribuiscono cople e erigono capri espiatori senza testimoniare i motivi per cui quel capro diventa all’improvviso espiatorio. E tutti i cittadini si acorgono improvvisamente che quello non va, quello è un prepotente, quello è un corrotto… Prendendo spunto dall’ultimo episodio di malgoverno, ci fosse stato un telegiornale che avesse occupato il suo prezioso tempo a parlare di processi giudiziari in corso piuttosto che dell’ultima notizia di cronaca nera o rosa. Questa superficialità e i ripetuti tentativi di nascondere la verità rappresentano uno degli innumerevoli limiti del piccolo schermo. Allora prendiamo spunto dai giornali e da internet per fare circolare notizie più incalzanti.

Si era intuito che il discorso alludeva al disastro politco-economico-ambientale andato in scena in Campania e intitolato “emerganza rifiuti”. Una vera e propria emergenza che da dal 1994 non è riuscita a trasformarsi in efficienza rifiuti. 14 anni in cui malapolitica, grandi industrie, grandi silenzi, si intrecciano in un vorticoso enigma che ora sta per essere svelato nelle aule di giustizia italiane. Strano però, perchè i presuppopsti per il muatmento c’erano tutti. Un commissariamento, una nuova voglia di riscatti, e poi? E poi i resoconti di un fallimento partito proprio al tempo in cui veniva consegnato da parte dell’amministrazione pubblica l’appalto per lo smaltimento dei rifiuti e la costruzione di nuovi termovalorizzatori (di essi ne parlerò in seguio) alla Fibe, società del gruppo Impregilo, presieduta da Cesare Romiti che ne ha mantenuto il controllo a partire dal 2005 (prima di lui i due figli). Ora i figli in qualità di amministratori di questa e di altre società, Antonio Bassolino (’o Re, colui che è presidente della regione Campania da 15 anni) e altri26 personaggi, sono indagati dalla procura di Napoli per ”concorso tra loro e con più azioni esecutive di un disegno criminoso” di reati come frode, idempiamento di contratti d’appalto, stoccaggio illecito di rifiuti e abuso d’ufficio. Nel 1998 in seguito all’ordinanza commissariale, furono indette le gare d’appalto per la gestione dello smaltimento rifiuti. Il gruppo Impregilo si aggiudicò gli appalti e nel 2000 furono stuipulati i contratti che prevedevano l’obbligo di costruire 7 impianti di produzione di combustibile derivato da rifiuti (cdr), due termovalorizzatori e di gestirli secondo le normative vigenti. Parla l’accusa e dice che gli imputati hanno presentato progetti difformi dagli atti di gara e realizzato impianti non in regola con i progetti preliminari. In più, le società del gruppo hanno prodotto cdr diversa da quella concordata, con potere calorico inferiore e con valori di piombo, cromo, arsenico e cloro ben oltre i limiti previsti. In alcune situazioni le ditte appaltatrici “hanno rifiutato o formalmente ritardato il conferimentio dei rifiuti solidi urbani con i camion delle aziende di raccolta”, costringendo, commissario e sinadaci a distribuire la spazzatura nella altre regioni o all’estero. Spesso i trasporti e la gestione delle discariche sono stati subappaltati, con il rischio di alimentare le infiltrazioni camorristiche. Raffaele Raimondi, presidente della Corte di Cassazione ha presentato un ricorso contro l’Impregilo alla Corte Europea per disastro ambientale. L’accusa è di aver tentato alla slaute dei cittadini. Paradossalmente, oltre al wwf, si costituiranno parte civile, la presidenza del consiglio dei ministri, la regione e i comuni campani……

Posted by: zeugidi | 14 Gennaio, 2008

Canone Rai

Di Lopippo
Il cosiddetto “canone rai” è in realtà una tassa per il possesso di apparecchi atti o adattabili alla ricezione del segnale radiotelevisivo. E’ stato istituito con un regio decreto del 1938.
Gli apparecchi coivolti sono anche citofoni, apparati di videosorveglianza, cellulari, lettori mp3, pc. Tutti gli operatori interpellati per fare chiarezza hanno dato risposte contraddittorie (quando le hanno date…), dunque l’unico modo per stare tranquilli in Italia è pagarla (basta una volta l’anno per ogni nucleo familiare), altrimenti si rischiano le sanzioni. Badate bene, non state pagando per vedere la Tv o la Rai, ma per il possesso degli apparecchi.
Ancora meno noto è che anche i turisti debbano pagare una “licenza temporanea di importazione”, ma pare chiaro che non lo facciano.
A questo punto diventa sempre più importante fare chiarezza. L’ADUC ormi ha il dente avvelenato sull’argomento, dato che le richieste civili restano inascoltate, ed ha dichiarato di ricorrere allo sciopero della fame per avere chiarezza.

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