di Katone
Dal 7 al 18 dicembre 2009 le delegazioni di 192 stati discuteranno a Copenaghen sulle misure da prendere contro i mutamenti climatici. Sul piatto il raggiungimento di un accordo mondiale prima della scadenza nel 2012 del Protocollo di Kyoto. L’obiettivo è contenere l’innalzamento delle temperature globali sotto la soglia critica dei 2°C rispetto al 1950: oltre questa soglia i mutamenti climatici sarebbero irreversibili.
Dal 1990 le emissioni mondiali sono cresciute del 40% e quindi per raggiungere l’obiettivo la riduzione dovrà essere dell’80% (-50% delle emissioni mondiali) entro il 2050. La comunità scientifica è concorde nell’attribuire il 90% della responsabilità dei mutamenti climatici alle attività umane. Dall’inizio della rivoluzione industriale (1750 ca.) la percentuale dell’atmosfera di CO2 (anidride carbonica) è salita da 300 ppm (parti per milione) a 380 ppm. La causa va attribuita agli scarichi di industrie, trasporti, illuminazione e riscaldamento.
La ricerca di una soluzione comune non è facile e i precedenti tentativi sono stati deludenti. Firmato nel 1997, il Protocollo di Kyoto prevedeva la riduzione del 5-8% delle emissioni di gas-serra rispetto al 1990 da parte dei Paesi industrializzati. Ne erano però esclusi i Paesi in via di sviluppo ma fortemente inquinatori come la Cina per non rallentarne la crescita economica. Entrato in vigore nel 2005, non divenne mai effettivo per il ritiro degli USA voluto dal presidente di Bush jr.
I mutamenti climatici sono già in atto: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, siccità, alluvioni, desertificazione. A tutti sono evidenti gli effetti dell’estremizzazione dei fenomeni atmosferici, della tropicalizzazione e dell’instabilità del clima: temporali violenti e brevi; maggiore frequenza di uragani, tifoni e trombe d’aria; estati precoci e autunni miti. Le conseguenze sono devastanti: il cambiamento degli habitat mette in pericolo l’esistenza di numerose specie animali (orso bianco, volpe artica, ecc.); gli atolli oceanici e le zone costiere rischiano di essere sommersi dalle acque (Maldive, Tuvalu, Olanda, Venezia); carestie ed epidemie costringeranno milioni di persone ad emigrare in luoghi più ospitali (si calcola che i rifugiati ambientali saranno 50 milioni).
La comunità scientifica è concorde nell’attribuire il 90% della responsabilità dei mutamenti climatici alle attività umane; mentre l’incidenza di fenomeni naturali (astronomici, geologici, oceanici, ecc.) è minima e distribuita nei millenni. Dall’inizio della rivoluzione industriale (1750 ca.) la percentuale atmosferica di CO2, il principale gas-serra, è salita da 280 ppm (parti per milione) a 380 ppm. Causa principale sono gli scarichi di industrie, trasporti, illuminazione e riscaldamento (27 miliardi di tonnelate l’anno). Il metano invece, con un potere di riscaldamento 23 volte superiore alla CO2, è schizzato da 700 ppb (parti per miliardo) a 1750 ppb. La causa va ricercato nell’esplosione degli allevamenti intensivi (bovini e suini) e delle colture a sommersione (risaie).
Due punti accumunano le posizioni dei vari stati: ridurre le emissioni in modo sostanzioso e non essere gli unici a farlo. La base di partenza delle trattative è che i tagli avverranno solo se tutti gli stati lo faranno insieme. Il motivo è di convenienza economica: un’economia che si ritrova con costi aggiuntivi sarà meno competitiva rispetto ad un’economia che non ha tali costi.
Un altro punto importante è la questione dei costi. I Paesi del Terzo Mondo sono disposti a tagliare le loro emissioni solo in cambio di aiuti da parte dei Paesi industrializzati, facendo ricadere i costi sui Paesi direttamente responsabili dei mutamenti climatici. E non hanno tutti i torti. I Paesi industrializzati con oltre due secoli di emissioni sono i principali responsabili e hanno goduto dei maggiori benefici economici. Appare giusto che siano loro a riparare i danni provocati. Da parte loro i Paesi industrializzati propongono fondi per 10 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2012. Ma sono ritenuti insufficienti dai Paesi del Terzo Mondo, appoggiati da Cina ed India.
Un aspetto da considerare riguarda l’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Per migliorare il rendimento energetico di motori ed elettrodomestici bisogna diminuirne il dispendio energetico. Ma una riduzione dei consumi significa meno profitti per i produttori di energia che cercheranno di opporsi.
Inoltre le energie rinnovabili non andranno a sostituire le fonti non rinnovabili, ma le affiancheranno. I motivi sono vari: rendimenti inferiori e costi maggiori rispetto alle fonti tradizionali, costi eccessivi nella riconversione totale degli impianti energetici, benefici a lungo termine incerti.
Le aree dove si concentrano le maggiori emissioni mondiali sono: Cina (20,7%), USA (15%) e UE (12%). Le posizioni dei vari Paesi sono diverse e controverse.
L’UE taglierà le emissioni del 20% rispetto al 1990 entro il 2020 (30% se tagli sostanziosi saranno fatti dagli altri Paesi); ridurrà del 20% il consumo energetico e porterà al 20% la quota delle energie rinnovabili (Pacchetto 20/20/20). In più garantirà sostegno finanziario e tecnologico ai Paesi del Terzo Mondo.
Gli USA sono disposti a tagliare le emissioni del 17% rispetto al 2005 entro il 2020, ma si oppongono ad un accordo vincolante. In realtà il taglio rispetto al 1990 sarà del 4% e la proposta del presidente Obama deve ancora essere discussa al Senato.
Il Giappone è disposto a tagliare le emissioni del 25% rispetto al 1990 e ad offrire aiuti economici e tecnologici, ma solo se l’accordo indicherà in modo preciso l’impegno di ogni singolo stato.
La Russia è disposta a tagliare le emissioni del 25% rispetto al 1990, ma approfitta del forte inquinamento di epoca sovietica. In realtà rispetto al 2005 le emissioni cresceranno.
Il Canada è disposto a tagliare del 20% le emissioni entro il 2020, ma si oppone ad un accordo vincolante.
L’Australia era pronta a tagliare del 25% le emissioni, ma la proposta è stata bocciata dal Parlamento.
La Cina è disposta a ridurre del 40%-45% l’intensità carbonica (CO2 prodotta rispetto al PIL). Di fatto i tagli saranno legati alla crescita economica e non definiscono alcun limite per le emissioni.
L’India è disposta a ridurre del 20%-25% l’intensità carbonica entro il 2020 e chiede un accordo vincolante solo per i Paesi industrializzati.
Il Brasile è disposto a tagliare le emissioni del 36%-39% entro il 2020, a salvaguardare la Foresta Amazzonica e chiede aiuti dai Paesi industrializzati.
Il Messico è disposto a tagliare le emissioni del 50%, ma solo se riceverà aiuti dai Paesi industrializzati.
Le premesse non sono incoraggianti ed è prevedibile che più di un accordo, se mai verrà raggiunto, si tratterà di un compromesso. Il dato che è emerge è la mancanza di una regia mondiale (ONU non ne ha il potere) o di una leadership riconosciuta (l’UE può dare l’esempio ma è troppo debole per svolgere il ruolo di guida). Inoltre l’eccessiva difesa dei propri interessi da parte dei singoli stati pone un ostacolo formidabile da superare. Ma troppo spesso le buone intenzioni si sono infrante contro il muro della realtà.