di Katone
L’emergenza rifiuti di Napoli ha imposto ancora una volta un’attenta riflessione sul problema dello smaltimento dei rifiuti. Vista la mancanza di abbondanti fonti di energia in Italia, si è pensato di cogliere due piccioni con una fava. Infatti politici ed imprenditori sostengono che l’unica soluzione che risolva contemporaneamente la questione dei rifiuti e quella energetica sia la costruzione di termovalorrizatori. Il suono della parola allude a un qualcosa di buono, positivo, utile, ma non è così.
Questi non sono altro che i vecchi inceneritori adattati per catturare il calore sprigionato dalla combustione dei rifiuti e per distribuirlo poi alle abitazioni sotto forma di teleriscaldamento. L’idea sembra allettante, ma bisogna considerare che per riscaldare adeguatamente le abitazioni, i termovalorizzatori devono trovarsi in prossimità delle città o, meglio, al loro interno. Esempi ce sono in tutto il mondo: a Barcellona e a Vienna ne hanno costruito uno proprio nel centro cittadino. A Brescia, dove è stato costruito quello più grande d’Europa, si trova dentro la città. Effettivamente le case ricevono calore dalla combustione dei rifiuti, ma si sottace il lato negativo di questa tecnologia: le ceneri e le polveri sottili se inalate provocano malattie. Numerosi studi epidemiologici dimostrano un aumento di tumori e malattie nervose nelle aree dove sono maggiormente diffusi gli inceneritori. Questo è un dato di fatto e sorprende che un oncologo come il dott. Veronesi affermi che non ci siano prove a riguardo.
Credere che per smaltire i rifiuti sia sufficiente bruciarli, oltre a non essere vero è anche paradossale perché in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Innanzitutto i rifiuti per bruciare hanno bisogno di certe sostanze che aiutano la combustione, altrimenti il fuoco non si sviluppa. Si tratta per la maggior parte di calce, bicarbonato, acqua e ammoniaca che vengono aggiunti in grandi quantità. E qui incontriamo il primo paradosso. Se si vuole eliminare una tonnellata di rifiuti, se ne deve aggiungere un’altra di queste sostanze col risultato di aver raddoppiato la massa finale dei rifiuti.
Infatti i rifiuti una volta bruciati non spariscono nel nulla solo perché non li vediamo più, ma si trasformano in ceneri e polveri. Ora non bisogna farsi fuorviare dai termini familiari: nei termovalorizzatori non si brucia legname, ma materiali industriali inquinanti. Le ceneri prodotte sono pesanti e vanno smaltite in apposite e quindi costose discariche. Questo è il secondo paradosso: con l’avvento dei termovalorizzatori le discariche non spariscono. Anzi. Da immensi immondezzai diventano ricettacoli di rifiuti tossici molto più nocivi dei rifiuti originali. Queste ceneri sono definite inerti perché caratterizzata da una bassa reattività chimica, ma non altrettanto biologica. Ciò implica che se entrano nel ciclo alimentare, l’organismo non avrà possibilità di difendersi e si ammalerà. La probabilità è abbastanza alta, se si considera che già oggi i campi coltivati in Campania sono fortemente inquinati dalla diossina sprigionata dai rifiuti chimici delle industrie del nord sepolti sotto di essi dalla camorra (vedi “Gomorra”).
Le polveri si suddividono in due tipi: filtrabili e condensabili. Le polveri filtrabili sono facilmente intercettabili con un filtro. E qui si trova il terzo paradosso: le polveri filtrate infatti non vengono smaltite, ma sono reimmesse nel processo di combustione. Quindi permangono nel ciclo e col tempo tendono ad aumentare con la conseguenza di accumulare per le generazioni future altri rifiuti tossici. Purtroppo non esistono filtri in grado di intrappolare tutte le polveri, ma solo quelle di un certo diametro. Quelle con un diametro inferiore, e sono la maggior parte, sfuggono e si disperdono nell’aria. Queste sono dette nanoparticelle e sono pericolose perché se inalate passano dai polmoni al sangue in un minuto e dal sangue in ogni organo in 60 minuti. Le patologie che possono causare sono gravi: cancro, malformazioni fetali, Parkinson, Alzheimer, intossicazione, infertilità, infarto e ictus. Le polveri condensabili invece si formano al di sotto del filtro e quindi, per gravità, restano all’interno del termovalorizzatore. In realtà c’è un terzo tipo di polveri, dette secondarie, che derivano dalla condensazione dei gas rilasciati nell’atmosfera. Queste si formano anche a grande distanza dal luogo di origine e la loro ricaduta provoca effetti patologici.
Per quanto riguarda l’aspetto economico, il finanziamento della costruzione dei termovalorizzatori è pubblico ma non statale. I fondi finanziari sono raccolti tramite il CIP-6, una voce presente in ogni bolletta ENEL che destina, secondo la legge n. 9 del 1991, il 7% della tariffa da pagare allo sviluppo delle «energie rinnovabili e assimilate». Quest’ultimo aggettivo, apparentemente innocuo, in realtà è un mostro giuridico che nasconde in sé raffinerie, rigassificatori, centrali a carbone e termovalorizzatori. Queste sono le fonti “assimilate” ad acqua, vento e sole. E questo è il quarto paradosso. A conferma di quanto detto, l’ultima finanziaria del governo Prodi aveva eliminato il finanziamento tramite il CIP-6. Il risultato è stato che l’asta per aggiudicare l’appalto dell’inceneritore di Acerra è andata deserta. In pratica gli imprenditori non si azzardano a mettere i propri soldi nella costruzione dei termovalorizzatori e preferiscono che sia lo Stato ad accollarsi i rischi e le spese che si rifà sulle bollette degli utenti.
In Italia sono 51 i termovalorizzatori. La maggior parte è dislocata a nord, dove il problema dei rifiuti non è presente, mentre la Campania ne è priva e le conseguenze sono a tutti note. Anche il Lazio rischia il collasso e per questo sono stati proposti 4 termovalorizzatori, ma la popolazione si oppone. Se si sovrappone una mappa dell’incidenza dei tumori nella popolazione sopra una mappa che indica la presenza dei termovalorizzatori si scopre al nord i casi di tumore sono molto di più che al sud, dove gli unici picchi si trovano vicino alle discariche delle ecomafie e alle raffinerie di Gela.
Il problema che nessuno pone è che i termovalorizzatori non possono bruciare tutto e in modo indifferenziato, ma solo certi tipi di rifiuti appositamente trattati. Per fare ciò però bisogna procedere alla raccolta differenziata. Questo è già da tempo una realtà in Germania, paese particolarmente attento alla natura. In questo modo Berlino ha ridotto i rifiuti del 50% in 6 mesi mentre Francoforte del 70% inviando a tutti i cittadini un opuscolo pratico e intelligente che spiega come differenziare i rifiuti senza commettere errori. Questi obiettivi sono incredibili eppure alcuni sono stati già raggiunti grazie all’informazione delle istituzioni e alla partecipazione dei cittadini, due cose estranee alle tradizioni italiane.
I rifiuti, divisi in base al materiale, vengono separati in due grandi gruppi: quelli per il CdR (combustibile da rifiuti) e quelle per il riciclaggio. Il CdR è il combustibile dei termovalorizzatori ed è diventato tristemente famoso col disastro delle ecoballe, nome quanto mai adeguato per la sua ironica ambiguità. Dalla loro combustione si produce calore, ceneri e polveri. Il riciclaggio permette un ritorno economico non indifferente: il vetro, la plastica e i metalli possono essere riutilizzati praticamente all’infinito; la carta riciclata vale di più dell’energia che se ne può ricavare bruciandola; gli avanzi del cibo possono essere compostati e utilizzati come concime.
Raccolta differenziata e riciclaggio, se opportunamente impiegati, possono addirittura eliminare la necessità dei termovalorizzatori con un conseguente risparmio economico e un consistente incentivo per le aziende operanti nel settore dei rifiuti. Questo è il caso di San Francisco che punta entro il 2012 ad azzerare la produzione di rifiuti (Zero Waste): già nella prima fase sono stati creati quasi 800 posti di lavoro e l’acquisto di materie prime è crollato. Purtroppo la legge italiana permette solo monopoli privati a capitale pubblico, mentre una reale liberalizzazione porterebbe concorrenza tra le aziende e quindi meno inquinamento e maggiore occupazione.
In ultima analisi i termovalorizzatori sono costosi, nocivi, inefficienti: non risolvono il problema dei rifiuti, la loro costruzione ricade sulle tasche dei cittadini e favoriscono l’insorgere di gravi patologie. Per farli funzionare bisogna ricorre alla raccolta differenziata, ma questa da sola potrebbe addirittura renderli inutili. Un modo per rendersi conto della situazione è usare i termini appropriati: non chiamiamoli ipocritamente termovalorizzatori, ma onestamente “termotumorizzatori”. Solo così i cittadini sapranno valutare le decisioni prese (o imposte?) dai nostri politici per il nostro futuro (o il loro?).
Un grazie di cuore per il lavoro e per l’impegno profuso per questa battaglia al dott. Stefano Montanari direttore scientifico del Laboratorio di Ricerche di Nanodiagnostics di Modena, presieduto e fondato dalla dott.essa Antonella Gatti, scopritrice delle nanopatologie.
Di Zeugidi
La recensione che scrivo per gli attenti lettori riguarda il musical (una produzione Nova Ars) che va in scena da dicembre, e che regala repliche a distanza di due mesi, al Teatro Divina Commedia nei pressi dell’Università di Tor Vergata, creato appositamente per la rappresentazione de “La divina Commedia: l’opera”. (Per info su produzione, attori, teatro www.ladivinacommediaopera.it)
Il giudizio che traggo nell’insieme è positivo, ma non è quel genere di opera che pare azzeccata in tutti gli aspetti. Spiego le mie ragioni.
Il cast, giovane e dinamico, ha superato la prova del nove. Buone interpretazioni, ottime esposizioni canore e carattere lodevole. Dante è sicuro e non sbaglia approccio, Virgilio lo accompagna e diventa la spalla ideale, Beatrice raccoglie la scena in quasi tutto il secondo atto, Ulisse e Francesca (di Paolo e Francesca) offrono grande spettacolarità e non si fanno inglobare passivamente nello sceneggiato.
Tuttavia anche agli occhi dei poco esperti (vedimi), lo sceneggiato è risultato clamorosamente asimmetrico. Avvolgente, denso, gradevole il primo atto, del tutto fuori luogo il secondo.
All’inizio la compagnia inscena veramente la Commedia così come Dante Alighieri, con tutti i suoi significati nascosti, le sue allegorie, ha da sempre voluto far emergere. E sono proprio questi topos che risaltano agli occhi dello spettatore, il quale si immedesima immediatamente nel racconto degli eventi e rimane coinvolto per tutta la durata del primo atto. Incorniciato da grandi musiche e da un corpo di ballo impeccabile, il susseguirsi degli episodi è ben congeniato e lo spettacolo in sé non appare noioso, tutt’altro. Ottima anche la figura di Dante, su cui si incentra il viaggio spirituale. Il regista non si discosta dalla vera Commedia. Prima la selva oscura, poi le tre fiere, poi ancora l’incontro con Virgilio. Il viaggio continua per tutto l’inferno e grandi collaborazioni vengono offerte dai vari Caronte, Francesca, Pier delle Vigne, il conte Ugolino e Ulisse, con impostazioni di scena che cambiano volta per volta insieme ad uno sfondo computerizzato che riproduce icone in continuo movimento, e accompagnano l’incuriosito spettatore sino a fine atto. Colori, musiche, colpi di scena rimangono gli ingredienti principali della prima parte del musical.
Così come il primo atto è rimasto fedele ai versi del Sommo poeta, il secondo è apparso piuttosto inappropriato. Si perde la chiara dinamica degli eventi, prerogativa che era stata all’inizio dell’opera, in sacrificio di una maggiore libertà esecutiva. Questo aspetto, a mio avviso, ha contribuito al parziale estraniarsi dello spettatore che non ha più chiaro l’avvicendarsi degli eventi. Se l’inferno è centrato più sull’aspetto del viaggio inteso come evento curioso, ma anche e soprattutto come indagine interiore da parte di Dante uomo, il purgatorio fuso con il paradiso, non contiene in sé messaggi o allegorie. O almeno così mi è parso di scorgere. I direttori in cabina di regia hanno voluto agire di propria iniziativa inscenando prolungate canzoni (numerose quelle di Beatrice), accentuati soliloqui (la disperazione di Virgilio al momento dell’addio a Dante) e riproduzioni incomprensibili (la fastosa entrata in scena di Beatrice a mo’ di faraone). Si è quindi soffermato maggiormente sul dettaglio dei singoli aspetti senza riuscire più ad amalgamare l’intreccio che sfugge di mano e si allontana dalla Commedia dantesca.
Se da un lato la rappresentazione dell’inferno appare un’encomiabile prestazione, dall’altro il secondo atto perde, come direbbe Dante stesso, la retta via.
Voto: 7,5 primo atto; 6 secondo atto. Nel complesso prova più che sufficiente, ma non eccellente.
Da vedere.
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