Inserito da: zeugidi | 19 dicembre, 2009

Conferenza sul clima di Copenaghen

di Katone

Dal 7 al 18 dicembre 2009 le delegazioni di 192 stati discuteranno a Copenaghen sulle misure da prendere contro i mutamenti climatici. Sul piatto il raggiungimento di un accordo mondiale prima della scadenza nel 2012 del Protocollo di Kyoto. L’obiettivo è contenere l’innalzamento delle temperature globali sotto la soglia critica dei 2°C rispetto al 1950: oltre questa soglia i mutamenti climatici sarebbero irreversibili.

Dal 1990 le emissioni mondiali sono cresciute del 40% e quindi per raggiungere l’obiettivo la riduzione dovrà essere dell’80% (-50% delle emissioni mondiali) entro il 2050. La comunità scientifica è concorde nell’attribuire il 90% della responsabilità dei mutamenti climatici alle attività umane. Dall’inizio della rivoluzione industriale (1750 ca.) la percentuale dell’atmosfera di CO2 (anidride carbonica) è salita da 300 ppm (parti per milione) a 380 ppm. La causa va attribuita agli scarichi di industrie, trasporti, illuminazione e riscaldamento.

La ricerca di una soluzione comune non è  facile e i precedenti tentativi sono stati deludenti.  Firmato nel 1997, il Protocollo di Kyoto prevedeva la riduzione del 5-8% delle emissioni di gas-serra rispetto al 1990 da parte dei Paesi industrializzati. Ne erano però esclusi i Paesi in via di sviluppo ma fortemente inquinatori come la Cina per non rallentarne la crescita economica. Entrato in vigore nel 2005, non divenne mai effettivo per il ritiro degli USA voluto dal presidente di Bush jr.

I mutamenti climatici sono già in atto: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, siccità, alluvioni, desertificazione. A tutti sono evidenti gli effetti dell’estremizzazione dei fenomeni atmosferici, della tropicalizzazione e dell’instabilità del clima: temporali violenti e brevi; maggiore frequenza di uragani, tifoni e trombe d’aria; estati precoci e autunni miti. Le conseguenze sono devastanti: il cambiamento degli habitat mette in pericolo l’esistenza di numerose specie animali (orso bianco, volpe artica, ecc.); gli atolli oceanici e le zone costiere rischiano di essere sommersi dalle acque (Maldive, Tuvalu, Olanda, Venezia); carestie ed epidemie costringeranno milioni di persone ad emigrare in luoghi più ospitali (si calcola che i rifugiati ambientali saranno 50 milioni).

La comunità scientifica è concorde nell’attribuire il 90% della responsabilità dei mutamenti climatici alle attività umane; mentre l’incidenza di fenomeni naturali (astronomici, geologici, oceanici, ecc.) è minima e distribuita nei millenni. Dall’inizio della rivoluzione industriale (1750 ca.) la percentuale atmosferica di CO2, il principale gas-serra, è salita da 280 ppm (parti per milione) a 380 ppm. Causa principale sono gli scarichi di industrie, trasporti, illuminazione e riscaldamento (27 miliardi di tonnelate l’anno).  Il metano invece, con un potere di riscaldamento 23 volte superiore alla CO2, è schizzato da 700 ppb (parti per miliardo) a 1750 ppb. La causa va ricercato nell’esplosione degli allevamenti intensivi (bovini e suini) e delle colture a sommersione (risaie).

Due punti accumunano le posizioni dei vari stati: ridurre le emissioni in modo sostanzioso e non essere gli unici a farlo. La base di partenza delle trattative è che i tagli avverranno solo se tutti gli stati lo faranno insieme. Il motivo è di convenienza economica: un’economia che si ritrova con costi aggiuntivi sarà meno competitiva rispetto ad un’economia che non ha tali costi.

Un altro punto importante è la questione dei costi. I Paesi del Terzo Mondo sono disposti a tagliare le loro emissioni solo in cambio di aiuti da parte dei Paesi industrializzati, facendo ricadere i costi sui Paesi direttamente responsabili dei mutamenti climatici. E non hanno tutti i torti. I Paesi industrializzati con oltre due secoli di emissioni sono i principali responsabili e hanno goduto dei maggiori benefici economici. Appare giusto che siano loro a riparare i danni provocati. Da parte loro i Paesi industrializzati propongono fondi per 10 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2012. Ma sono ritenuti insufficienti dai Paesi del Terzo Mondo, appoggiati da Cina ed India.

Un aspetto da considerare riguarda l’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Per migliorare il rendimento energetico di motori ed elettrodomestici bisogna diminuirne il dispendio energetico. Ma una riduzione dei consumi significa meno profitti per i produttori di energia che cercheranno di opporsi.

Inoltre le energie rinnovabili non andranno a sostituire le fonti non rinnovabili, ma le affiancheranno. I motivi sono vari: rendimenti inferiori e costi maggiori rispetto alle fonti tradizionali, costi eccessivi nella riconversione totale degli impianti energetici, benefici a lungo termine incerti.

Le aree dove si concentrano le maggiori emissioni mondiali sono: Cina (20,7%), USA (15%) e UE (12%). Le posizioni dei vari Paesi sono diverse e controverse.

L’UE taglierà le emissioni del 20% rispetto al 1990 entro il 2020 (30% se tagli sostanziosi saranno fatti dagli altri Paesi); ridurrà del 20% il consumo energetico e porterà al 20% la quota delle energie rinnovabili (Pacchetto 20/20/20). In più garantirà sostegno finanziario e tecnologico ai Paesi del Terzo Mondo.

Gli USA sono disposti a tagliare le emissioni del 17%  rispetto al 2005 entro il 2020, ma si oppongono ad un accordo vincolante. In realtà il taglio rispetto al 1990 sarà del 4% e la proposta del presidente Obama deve ancora essere discussa al Senato.

Il Giappone è disposto a tagliare le emissioni del 25% rispetto al 1990 e ad offrire aiuti economici e tecnologici, ma solo se l’accordo indicherà in modo preciso l’impegno di ogni singolo stato.

La Russia è disposta a tagliare le emissioni del 25% rispetto al 1990, ma approfitta del forte inquinamento di epoca sovietica. In realtà rispetto al 2005 le emissioni cresceranno.

Il Canada è disposto a tagliare del 20% le emissioni entro il 2020, ma si oppone ad un accordo vincolante.

L’Australia era pronta a tagliare del 25% le emissioni, ma la proposta è stata bocciata dal Parlamento.

La Cina è disposta a ridurre del 40%-45% l’intensità carbonica (CO2 prodotta rispetto al PIL). Di fatto i tagli saranno legati alla crescita economica e non definiscono alcun limite per le emissioni.

L’India è disposta a ridurre del 20%-25% l’intensità carbonica entro il 2020 e chiede un accordo vincolante solo per i Paesi industrializzati.

Il Brasile è disposto a tagliare le emissioni del 36%-39% entro il 2020, a salvaguardare la Foresta Amazzonica e chiede aiuti dai Paesi industrializzati.

Il Messico è disposto a tagliare le emissioni del 50%, ma solo se riceverà aiuti dai Paesi industrializzati.

Le premesse non sono incoraggianti ed è prevedibile che più di un accordo, se mai verrà raggiunto, si tratterà di un compromesso. Il dato che è emerge è la mancanza di una regia mondiale (ONU non ne ha il potere) o di una leadership riconosciuta (l’UE può dare l’esempio ma è troppo debole per svolgere il ruolo di guida). Inoltre l’eccessiva difesa dei propri interessi da parte dei singoli stati pone un ostacolo formidabile da superare. Ma troppo spesso le buone intenzioni si sono infrante contro il muro della realtà.

Inserito da: zeugidi | 22 luglio, 2009

Dati auditel, pubblicità e programmazione televisiva

di Katone

L’Auditel è la società che si occupa di rivelare ed elaborare i dati di ascolto televisivo. Nata nel 1984 e operativa dal 1986, ha sostituito l’indice di gradimento, un parametro soggettivo e qualitativo, con l’indice di ascolto, un parametro oggettivo e quantificabile. La proprietà societaria è divisa in quote: 33% servizio pubblico (RAI), 33% emittenti private (Mediaset e tv locali), 33% imprese che investono in pubblicità (UPA) e il restante 1% alla Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG). Le rilevazioni avvengono su un panel (“campione statistico”) di famiglie: all’inizio erano 2.400, dal 1997 sono 5.100. Per ogni apparecchio televisivo le famiglie ricevono un meter (“misuratore elettronico”): attualmente sono 9.500 assegnati a 14.000 persone.

Il sistema di rilevamento si basa su tre elementi: MDU (Monitor Detection Unit, “unità di identificazione”) che rileva l’accensione, lo spegnimento e il tipo di apparecchio utilizzato (televisore, videoregistratore, lettore dvd, decoder satellitare, decoder digitale, console multimediale); handset (“telecomando”) attraverso cui si segnala il numero di persone davanti allo schermo (famigliari, parenti, amici, ospiti) da aggiornare ogni volta che qualcuno arriva o se ne va; unità di trasmissione, che trasmette i dati raccolti tramite linea telefonica al computer centrale. I dati vengono elaborati nella notte e poi pubblicati la mattina seguente dopo le 10. L’audience (indice d’ascolto) misura il numero di spettatori e lo share (percentuale). Quest’ultimo ha un valore economico fondamentale: indica la quota di telespettatori in una determinata fascia oraria e stabilisce il prezzo degli spot e delle televendite che verranno inseriti in quella fascia.

Ad uno share elevato corrisponde una quota elevata di spettatori e quindi di consumatori. Gli spazi pubblicitari più costosi si collocano nelle fasce orarie più seguite: prima serata (20:30-22:30) e grandi eventi. Le fasce di punta garantiscono la massima visibilità e determinano il successo di una trasmissione o la sua chiusura. Per aumentare lo share le tv mandano in onda programmi sempre più appiattiti sui gusti istintivi del pubblico (ragazze semi-svestite,  reality, litigi, fiction stereotipate) e personaggi “che fanno audience” (ospiti polemici, conduttori demagogici, presentatrici dallo voce squillante). Il risultato è un appiattimento dei contenuti generali e una fuga verso le tv che offrono pacchetti specializzati a pagamento (sport, cinema, intrattenimento).

Il metodo di rilevamento Auditel si presta a varie contestazioni. La consistenza del panel appare esigua se rapportata al numero di famiglie italiane: 5.100 “famiglie Auditel” su 24.000.000 di “famiglie ISTAT”. Si tratta dello 0,0002%, una percentuale da sondaggio. La rotazione del panel viene effettuato periodicamente, ma i parametri su cui si basa non sono chiari. Da alcune testimonianze è emerso l’uso distorto del meter che rende inattendibile il rilevamento. Le tv locali lamentano che la selezione del panel avviene in base non a criteri sociali ma territoriali, sovrastimando le zone montane dove è possibile ricevere solo RAI e Mediaset. Inoltre ci sono stati alcuni inspiegabili episodi in cui l’Auditel ha rilevato dati d’ascolto anche se i programmi in questioni erano stati interrotti.

Il sistema Auditel favorisce le tv private per la raccolta dei proventi pubblicitari, ma degrada il livello della programmazione: ormai RAI e Mediaset competono su trasmissioni simili, spesso definiti spazzatura per i contenuti scadenti e volgari. E ad uscirne penalizzati sono i contribuenti perché la RAI per rincorrere lo share ha abbassato la qualità, ma continua ad essere finanziata dal canone radio-televisivo.

Inserito da: zeugidi | 14 giugno, 2009

Referendum elettorale 2009

di Katone

Il 21 giugno gli Italiani sono chiamati ad esprimersi su tre quesiti referendari. I primi due chiedono di abrogare per la Camera e per il Senato l’attribuzione del premio di maggioranza anche alle coalizioni e di assegnarlo unicamente alla singola lista vincitrice. Oggi la legge garantisce il 55% dei seggi parlamentari alla lista o alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti. Lo scopo è diminuire la frammentazione politica spingendo i partiti ad aggregarsi verso un sistema tendenzialmente bipartitico. La maggioranza parlamentare ne uscirebbe più coesa e più efficiente. Le liste minori avrebbero diritto di rappresentanza solo superando la soglia di sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% al Senato: così entrerebbero in Parlamento soltanto minoranze con un adeguato sostegno popolare e una certa diffusione nazionale.

Il terzo quesito chiede l’abrogazione delle candidature multiple. Oggi ogni candidato può presentarsi

contemporaneamente in più circoscrizioni elettorali senza limite di numero, anche tutte. Una volta eletto, però, può scegliere solo uno dei seggi ottenuti. Gli altri vengono attribuiti al primo dei non eletti (il secondo candidato nella lista vincitrice). Questo meccanismo permette al “plurieletto” di decidere chi mandare in Parlamento optando per un seggio piuttosto che per un altro. Alle ultime elezioni sono stati nominati un terzo dei parlamentari in questo modo. Si tratta di una cooptazione di fatto, una scelta dall’alto che non rispetta la volontà popolare e che genera fenomeni di sudditanza verso il plurieletto.

Si può discutere sull’opportunità dei quesiti proposti, ma non sulla necessità di cambiare l’attuale legge elettorale. Il referendum, se approvato, modificherebbe solo alcuni aspetti tralasciandone altri non meno importanti. Una lista potrebbe vincere strappando la maggioranza relativa con un solo voto in più rispetto alla seconda lista (esempio: 20% dei voti contro il 19,99%), ma otterrebbe la maggioranza assoluta in Parlamento (55% dei seggi). In un sistema in cui “chi arriva primo prende tutto” le liste potrebbero aumentare anziché diminuire come già successo durante gli anni ’90, quando l’approvazione di due referendum analoghi, proposti sempre da Mario Segni e da Giovanni Guzzetta, portò alla legge elettorale del 1993 (legge Mattarella) che non risolse il problema della frammentazione politica.

Tra gli aspetti non affrontati c’è il problema della lista bloccata che non consente agli elettori di esprimere preferenze. Voluta per impedire il voto di scambio («votami e ti trovo un lavoro» o, peggio, «vota Tizio perché è in affari col capomafia»), la lista bloccata conferisce ai partiti un potere enorme che permette di piazzare in Parlamento persone di fiducia senza chiedere agli elettori se sono graditi o meritevoli. Alle elezioni i cittadini possono scegliere solo tra le liste, ognuna delle quali presenta un elenco di persone immodificabile e predeterminato dalle segreterie di partito. Per trovare una situazione simile bisogna risalire alla legge Acerbo del 1923 che attribuiva il 65% dei seggi parlamentari alla lista che superava il 25% dei voti. Alle elezioni del 1924 i partiti presentarono liste bloccate e la vittoria andò la Partito Nazionale Fascista.

Il referendum sarà valido se verrà superato il quorum del 50% + 1 degli elettori. Dato che nello stesso giorno si voterà anche per il ballottaggio delle amministrative, è probabile che il quorum venga raggiunto. In caso di approvazione il Parlamento dovrà rivedere la legge elettorale secondo le indicazioni del referendum, ma durante il dibattito parlamentare sono possibili ulteriori modifiche oltre a quelle del referendum. Come dichiarato da alcuni esponenti dell’opposizione, il referendum è uno strumento per modificare la legge attuale. Ma nulla garantisce che alla fine si avrà una legge migliore.

Inserito da: zeugidi | 6 giugno, 2009

Elezioni Italo-Europee

di Katone

Si avvicinano le elezioni per il Parlamento Europeo. La brutta campagna elettorale è stata definita dal presidente Napolitano «fuori tono» e a ben ragione: polemiche vuote e battibecchi per il solo gusto del contendere hanno trasformato i dibattiti politici in uno spettacolo scadente. Quelle che dovrebbero essere elezioni molto importanti, e che dovrebbero renderci un po’ tutti orgogliosi (l’Italia è uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea), vengono percepite quasi con fastidio come un appuntamento elettorale inutile, come se le uniche votazioni importanti fossero solo quelle nello Stivale. Invece sono l’unico modo che hanno i cittadini europei per far sentire la loro voce in Europa. La svalutazione dell’Europarlamento si ripercuote anche sulla gente comune che viene indotta a pensare che non serve a nulla. In realtà il problema è rovesciato: non è l’Europarlamento ad avere pochi poteri, ma sono i rappresentanti italiani che hanno poco peso al suo interno, pur essendo il secondo gruppo nazionale per numero di componenti. Non bisogna poi lamentarsi delle quote-latte, che danneggiano produttori e consumatori, o dei limiti alle emissioni inquinanti, tradotte dai sindaci con le inefficaci targhe alterne. Queste ed altre gravose imposizioni potrebbero essere di molto alleviate se alle elezioni europee venisse selezionata una pattuglia di politici capaci e determinati a fare insieme il bene dell’Italia, invece di gruppetti che continuano a litigare e che spesso prendono l’incarico come una vacanza. A dirlo sono i dati: gli europarlamentari italiani sono i più assenteisti con una media di due giorni lavorativi alla settimana. Inoltre risultano i meno preparati. Risultato: l’Italia può solo che subire le decisioni prese in Europa.

A rendere meno attraente per i nostri politici le elezioni europee contribuisce sicuramente la legge elettorale proporzionale con preferenze: gli elettori possono scegliere fino a tre rappresentanti da inviare a Strasburgo. Peccato che dal 2006 in Italia le elezioni nazionali sono a lista bloccata: gli elettori non scelgono più chi mandare in parlamento, ma delegano i partiti per nominare onorevoli e senatori. Il governo attuale aveva proposto di cambiare in questo senso la legge elettorale europea, ma non si è fatto nulla. A quanto pare la libertà di scegliere da parte dei cittadini, un diritto fondamentale per le democrazie, viene mal sopportato dai partiti italiani, che proprio in occasione delle europee si trovano sempre impreparati e a corto di figure quanto meno presentabili. E infatti non mancano candidature incentrate sulla bella presenza o sulla notorietà, a scapito di idee e di proposte. Ma davvero l’Italia ha bisogno di simboli in Europa? O forse sarebbe meglio avere europarlamentari motivati e in grado di agire con efficacia nell’Europarlamento?

Le elezioni europee sono state spesso sfruttate da personaggi che hanno subito un ridimensionamento come un parcheggio. Da queste premesse molti di loro hanno rinunciato dopo solo un anno all’incarico per tornare alla ribalta in Italia. Purtroppo questa pratica sarà di nuovo ripetuta e probabilmente questi eletti termineranno prima il mandato, evidenziando quanto poco interessi loro l’Europa e il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea.

Comunque andranno le elezioni, i partiti le useranno come un test di gradimento, un megasondaggio pagato dai cittadini e da cui usciranno rappresentanti che difficilmente sapranno far valere le ragioni dell’Italia e che una volta eletti si perderanno nella complessità dei temi europei.

Inserito da: zeugidi | 22 aprile, 2009

Terremoto dell’Aquila

di Katone

Abruzzo. Lunedì 6 aprile 2009, ore 03:32. A notte fonda la terra sussulta. Ma questa volta non è la solita scossa che da ottobre fa tremare i muri e le persone. Questa volta è una sezione degli Appennini a vacillare. Per venti secondi la gente del luogo vive un incubo: crepe sui muri, oggetti scagliati per aria, sedie e tavoli che si muovo, vetri in frantumi e il soffitto che si fa abbassa paurosamente. La tensione accumulata nei mesi precedenti si scioglie di colpo. Le persone fuggono, si chiamano e cercano un riparo. Venti secondi di paura e terrore. La terra traballa. Sembra che una carovana impazzita di mezzi cingolati si sia radunata in quelle strade. Venti secondi di morte e distruzione. Dopo che le rocce hanno smesso di sobbalzare, le macerie. Uno, due, dieci, cinquanta. I dispersi sono centinaia: sono intrappolati sotto tonnellate di cemento e mattoni. Venti secondi e tutti i sogni di una vita vengono spazzati via. Arrivano i soccorsi, si inizia a scavare. L’Italia si sveglia con la tragica notizia: L’Aquila è stata distrutta da un terremoto. Molti al Centro Italia pensano a quella scossa paurosa che gli ha fatti saltare giù dal letto nel cuore notte. Per loro è passata, ma per altre 50.000 persone comincia una nuova vita, diversa, non voluta. Qualche cronista paragona l’evento ad un bombardamento chirurgico. Poi si capirà che gli strani crolli erano dovuti a difetti strutturali. Il sisma fa crollare la Prefettura, il Tribunale, l’Ospedale e la Casa dello Studente. Tutte le sedi istituzionali sono inutilizzabili. Qualcuno l’aveva previsto, si dice. Gli esperti dicono che è impossibile prevedere i terremoti. Ma li si può prevenire. Per questo esistono le leggi antisismiche: per evitare simili tragedie. Inizia il conteggio delle vittime: dieci, cento, duecento. Si fa quel che si può, con i pochi mezzi a disposizione e l’incredibile sforzo dei soccorritori. Rimuovono tegole, lastre, infissi e infiniti blocchi informi di cemento. Molte abitazioni di recente costruzione si sono accartocciate su se stesse: spesso il terzo o il quarto piano ora si trovano a pianoterra. La catastrofe lascia tutti senza parole. La programmazione televisiva lascia spazio ad una informazione continua. Dopo una settimana di sforzi si giunge al tragico epilogo: 294 morti. Gli sfollati vengono alloggiati sotto tende, alcuni nelle strutture alberghiere. La solidarietà nazionale in breve tempo spinge moltissimi ad inviare beni di ogni tipo: alimenti, bevande, abiti, giocattoli. Centinaia di volontari partono per dare una mano a chi ce l’ha fatta. E c’è sempre chi prova ad approfittarsene, ma ladri e truffatori hanno sbagliato il bersaglio: i loro tentativi sono subito smascherati. Dopo le lacrime, i lutti e le rovine è tempo della ricostruzione. Il governo al completo si presenta e promette a tutti una casa per l’inverno. Dove e come non è specificato. Intanto resteranno sotto le intemperie. Anche dall’estero giungono aiuti, ma il governo li accetta solo per le opere d’arte perché l’Italia deve fare da sé. E perché gli appalti che si prospettano sono allettanti. Perfino il Santo Padre rallegra le genti colpite dal terremoto annunciando una visita a fine aprile. E se non può essere presente al funerale di Stato, in sua vece manda il segretario di Stato ad officiare il rito. Passata la settimana critica, le procure indagano sui responsabili dei crolli di costruzioni che dovevano essere antisismiche. Ma cercare i colpevoli non è importante: per il Presidente del Consiglio prima viene la ricostruzione e poi… chissà. Non una parola di condanna sui responsabili. Eppure i loro nomi sono lì nero su bianco nelle firme su documenti e permessi. Giornali e tv hanno ripreso i loro palinsesti per distrarre di nuovo le coscienze. La giustizia farà il suo corso, ma di sicuro non verrà aiutata. Troppi gli interessi, troppe le complicità. I costruttori hanno amicizie potenti, si sentono al sicuro: il sistema li proteggerà. Le case crollate non sono le uniche costruite in malo modo. Quante altre ce ne sono in tutta la penisola? Speriamo che per scoprirlo non ci pensi un altro terremoto. Speriamo che il precetto di perdonare i vivi in nome dei morti per questa volta non venga rispettato.

Inserito da: zeugidi | 25 marzo, 2009

La crisi c’è ma è colpa dei giornalisti

di Katone

I mezzi d’informazione sono stati accusati di aggravare la crisi diffondendo notizie deprimenti. Per qualcuno dovrebbero addolcire la pillola amara, invece di fare il loro mestiere. In fondo se non si parla di un problema, quel problema è come se non esistesse. Anche se genera miseria e sofferenze.

Gli ultimi dati parlano chiaro: PIL a – 2,5%, 500.000 posti di lavoro in meno, boom della cassa integrazione. Tutti sintomi di una recessione che sta impoverendo larghe fasce della popolazione. Questi i fatti. Gli appelli a non diminuire i consumi da parte del premier Berlusconi sono vani. La gente spende meno non per paura, ma perché la crisi finanziaria e la disoccupazione hanno ridotto il reddito disponibile.

In situazioni del genere lo strumento più efficace nelle mani di un governo è stimolare la domanda aggregata con un’iniezione di liquidità direttamente nelle mani dei cittadini. Il potere d’acquisto delle famiglie va sostenuto con più sussidi e meno tasse. Stesso discorso per le imprese che in questo periodo si sentono soffocare per le restrizioni al credito decise dalle banche. I danni che si possono arrecare sono ingenti: le P.M.I. (piccole e medie imprese, n.d.r.) rappresentano ben il 95% delle aziende italiane e, di conseguenza, assorbono la maggioranza della forza lavoro. Se non si agisce in modo opportuno, si rischia di minare le basi dell’economia reale e, a crisi passata, di accentuare maggiormente le disuguaglianze.

Per sostenere il reddito delle famiglie occorrono ammortizzatori sociali efficaci come buoni acquisto da spendere subito, assegni di disoccupazione, adeguamento delle pensioni minime. Il governo però è contrario ad un aumento della spesa pubblica, per lo meno di questo tipo. Infatti con i Tremonti bond lo Stato finanzierà le banche che hanno ridotto il credito alle imprese con la speranza che riprendano a concedere loro prestiti.

E dire che in Italia il sistema bancario è solido. Da noi non assisteremo a nazionalizzazioni come in Inghilterra o a clamorosi fallimenti come in America. Le banche nostrane hanno evitato il peggio grazie ad un atteggiamento estremamente prudente, quasi al limite dell’inerzia: non assumersi rischi, ma accollarli ad ignari risparmiatori o ad enti pubblici. Questo è stato il caso dei mutui sub-prime, dei titoli derivati e, nel recente passato, dei crack Cirio e Parmalat e dei bond argentini. Da non sottovalutare anche l’applicazione di costi elevati, i più alti in Europa, cui non corrispondono servizi altrettanto elevati.

Per comprendere la gravità della crisi basta dare uno sguardo oltre oceano. Negli USA l’economia è vicina al collasso. Fallimenti bancari, forti timori per il settore automobilistico e minori esportazioni hanno fatto salire la disoccupazione dal 4% all’8% con una proiezione al 10%. E questo nonostante 3000 miliardi in aiuti pubblici e costo del denaro azzerato. Il presidente Obama con tutta la buona volontà potrà solo attutire la caduta, non frenarla: è previsto che la recessione durerà per altri tre anni.

Altrove le previsioni non sono rosee: in Europa si prevedono 6 milioni di disoccupati, la Banca Mondiale una crescita mondiale pari a zero e una contrazione del commercio mondiale del 15%.

Una situazione simile si presentò dopo la crisi del 1929: negli anni ‘30 il commercio mondiale era crollato del 30%, facendo perdere il 30% del PIL mondiale. Seguirono anni di forti tensioni, dittature e corsa agli armamenti. L’epilogo si ebbe con la Seconda Guerra Mondiale che risollevò l’economia e diede inizio alla ripresa.

Oggi lo scenario internazionale presenta varie analogie col passato. La guerra in Afghanistan stenta a sbloccarsi e per questo sono stati annunciati nuovi invii di truppe. Dietro ai programmi spaziali iraniani e nord coreani potrebbero celarsi test per sviluppare missili intercontinentali. La volontà di costruire centrali nucleari in Iran, Arabia Saudita, Libia e altri paesi esportatori di petrolio induce a sospettare che l’obiettivo sia di dotarsi di armi atomiche.

Se la storia si ripete, allora conoscerla forse non serve ad evitare errori già commessi.

Inserito da: zeugidi | 7 novembre, 2008

Il gigante malato

L’eredità di Bush jr. (Di katone)

Elezioni storiche negli USA. Per la prima volta è stato eletto un presidente non bianco: Barack Obama. Il senatore democratico di Chicago ha battuto pesantemente l’avversario repubblicano, il senatore John McCain, ex-prigioniero di guerra. Notevoli le differenze tra i due: il primo, 47 anni, mulatto, infanzia povera, studia con i sacrifici della nonna bianca e si riscatta diventando un avvocato di successo; il secondo 73 anni, di sangue celtico, appartiene ad una ricca famiglia e negli anni ’80 viene imputato per il fallimento di una società. Obama vince perché rappresenta la novità e promette mari e monti. McCain perde perché sbaglia a scegliere come vice Sarah Palin, personaggio molto più dinamico che lo mette quasi in ombra, e perché si dichiara pronto ai cambiamenti, anche se ha sempre appoggiato l’operato dell’amministrazione uscente.

A determinare il voto è stata la disastrosa gestione di George W. Bush che in 8 anni è riuscito a sfasciare un paese che, dopo la fine della guerra fredda, sembrava destinato a reggere il mondo senza discussioni. Nel doppio mandato presidenziale Bush jr. ha inanellato una serie di insuccessi dietro l’altro. Appena eletto, nel 2001, taglia i fondi per il controspionaggio e dopo qualche mese le Torri Gemelle subiscono un attentato in cui perdono la vita 3000 persone; nel 2002 ordina l’invasione dell’Afghanistan, affermando che il regime talebano collabora con i terroristi islamici; nel 2003 sostiene che Saddam Hussein possiede armi di distruzione di massa e ordina l’invasione dell’Iraq. I primi sei anni di guerra al terrore sono costati oltre 1000 miliardi di dollari. I militari americani morti sono circa 4000, le vittime locali almeno 400.000.

Per quanto riguarda l’economia, il presidente Bush jr. ha autorizzato pesanti tagli di bilancio che hanno influito negativamente su scuola, lavoro, salute, ambiente, sicurezza. Per rimettere in moto la crescita, sono state tagliate le tasse, favorendo però i ceti ricchi, e alle fasce disagiate sono stati concessi mutui facili che si sono rivelati una truffa colossale. Il taglio dei fondi ha impedito anche di soccorrere efficacemente gli abitanti di New Orleans, devastata dall’uragano Catherina. La crescita abnorme dei derivati finanziari e la bolla edilizia ha portato prima alla crisi dei sub-prime, poi alla crisi finanziaria, ora alla crisi borsistica e a breve alla recessione. Inutile ricordare che una crisi negli USA prelude ad una crisi mondiale.

Il risultato, sul piano interno, è una crisi economica frutto del drenaggio di ricchezza dai poveri, che sono aumentati, verso i ricchi, che si sono ulteriormente arricchiti. La tensione sociale che ne segue porta la maggior parte degli statunitensi ad essere insoddisfatti e timorosi verso il futuro. Da qui la spinta verso il cambiamento. Anche perché con il tempo, quella guerra che era apparsa giusta, si è poi rivelata una strage senza fine. La guerra preventiva è paragonabile ad un gigante che, pizzicato da una zanzara, decide di distruggere qualsiasi cosa abbia le ali. La caccia ad un nemico sfuggevole ricorda tristemente la guerra perenne del Grande Fratello di Orwell.

Sul piano internazionale i goffi tentativi di rispondere alla cieca ad un attacco, che addirittura era stato previsto dai servizi segreti, hanno portato ad un raffreddamento dei rapporti con le altre potenze del mondo. Gli alleati hanno prontamente inviato truppe quando richiesto, ma l’illusione di una guerra-lampo si è dissolta quando le soluzioni politiche ai conflitti non hanno potuto evitare i continui attacchi suicidi alle postazioni militari. Quella che doveva essere una liberazione, in realtà è un’occupazione straniera con tutte le inevitabili tragedie e corruzioni. Le immagini di militari morti e decapitati, ha aperto gli occhi agli americani che si sono sentiti raggirati quando hanno scoperto che non erano i benvenuti, visto che nessuno li aveva chiamati. Soprattutto quando scopri che tuo figlio è andato a morire in una terra lontana inutilmente.

Così tra un debito pubblico astronomico, un prestigio indebolito, un’egemonia economica insidiata da Cina e India, per il neo-presidente si prospettano anni per niente felici. Se sarà capace di far fronte a tutti questi problemi, dimostrerà che gli americani hanno scelto davvero l’uomo del cambiamento. Altrimenti si preannuncia un periodo di instabilità che potrebbe far allargare il fronte bellico.

Auguri presidente Obama. Il mondo si aspetta molto da Lei.

Inserito da: zeugidi | 9 ottobre, 2008

Biocarburanti e costi sociali

di Katone

L’utilizzo dei biocarburanti sta portando alla carestia globale. Il continuo aumento dei prezzi agricoli provoca un rincaro dei generi alimentari. Vaste aree coltivate un tempo destinate a sfamare le persone, oggi servono ad alimentare i motori delle automobili. Tutto questo per ridurre le emissioni che aggravano l’effetto serra. La logica è la seguente: se bruciare il petrolio comporta l’emissione di gas-serra che nel corso delle ere geologiche era stato intrappolato nel sottosuolo, bruciare piante non altera la percentuale di anidride carbonica presente nell’atmosfera perché si libera la stessa quantità che hanno assorbito durante la loro crescita.

Il bioetanolo e il biodiesel sono la bio-alternativa alla benzina e al diesel. Il bioetanolo si ottiene dalla fermentazione di piante ad alto contenuto glucidico come la canna da zucchero e il mais. Il biodiesel si ottiene tramite processi chimici a partire da oli vegetali ricavati da colza, soia e girasole. Questi vegetali costituiscono la principale fonte alimentare mondiale. La coltivazione non avviene su terreni incolti, ma su quelli precedentemente destinati a produrre cibo. La contrazione dei raccolti ad uso alimentare e l’impennata della domanda mondiale dovuta alla produzione dei biocarburanti genera un forte aumento dei prezzi agricoli (agflazione) che spinge verso l’alto i prezzi di pasta, pane, riso, pizza e dolci. Ma ci sono altri aspetti da considerare.

La maggior parte del mais viene coltivato per ingrassare i bovini che si stima siano oltre 1,6 miliardi. Se si pensa che per una bistecca bisogna nutrire l’animale con quintali di mais, forse diminuire il consumo di carne avrà effetti maggiori rispetto a concerti e raccolte di beneficenza dai dubbi risultati. Non solo. L’impetuoso sviluppo di Cina e India, che da sole rappresentano un terzo dell’intera umanità, sta portando i nuovi ricchi ad aumentare i consumi alimentare sui livelli occidentali notoriamente causa di sovrappeso e obesità. Bisogna citare anche pratiche commerciali discutibili: ad esempio, tonnellate di arance siciliane appena colte vengono macerate per mantenere alti i redditi dei coltivatori; i contadini dei paesi poveri vengono soffocati inondando i mercati locali con prodotti occidentali sovvenzionati; il latte Granarolo viene comprato a poco in Brasile ma rivenduto in Italia come se fosse munto in Romagna; la Monsanto costringe i contadini indiani ad indebitarsi per comprare ogni anno i semi di piante che non si riproducono spingendo centinaia di loro al suicidio.

La cosa sorprendente però sono gli incentivi per i biocarburanti. Di fatto sono equiparati alle energie rinnovabili come l’eolico, il solare e l’idraulico con la differenza che, mentre queste sono già presenti in natura, i raccolti avvengono annualmente per mano dell’uomo e non in modo spontaneo. In pratica i biocarburanti non fanno altro che gonfiare artificialmente la domanda alimentare come se improvvisamente la popolazione mondiale stesse crescendo a ritmi vertiginosi. Inoltre la maggior parte dei terreni sottratti all’agricoltura sono situati nei paesi poveri. E questo addirittura tramite l’intervento statale: nel 2007 Bush è volato in Brasile per stringere un accordo col presidente Lula che ha concesso vasti appezzamenti di terreno per la coltura dei bioetanolo ricavati anche tramite il selvaggio abbattimento della Foresta Amazzonica.

Le conseguenze sono drammatiche, soprattutto per i paesi poveri. Infatti il ricco occidente risente marginalmente di questa crisi agricola visto che solo una parte del reddito viene speso per il cibo. In Italia si ripete che la causa dei prezzi alti al supermercato è la filiera troppo lunga: frutta e verdura, insomma, passano per troppe mani e da un passaggio all’altro di media il prezzo raddoppia. Così si è trovata una soluzione di comodo con l’apertura di alcuni farmer market (mercati contadini) dando la possibilità agli agricoltori di vendere direttamente al pubblico. I prezzi però non sembrano risentire molto della novità.

Sicuramente è in atto una speculazione globale che sta lentamente creando le premesse per una carestia perenne. Clamorosa la proposta di una banca di investire in grano e mais con ottimi guadagni perché i raccolti saranno via via insufficienti. Le autorità la hanno fatta ritirare perché giudicata non etica. Forse era meglio dire spudoratamente sincera.

Se proprio bisogna parlare di etica, allora i biocarburanti che rubano il cibo di bocca alle persone non sono etici. Gli unici biocarburanti etici sono quelli ricavati dalle biomasse, costituite dagli scarti ortofrutticoli, dai rifiuti urbani umidi, dalle foglie e dagli scarti del legno, tutte cose di cui si può fare un uso intelligente. Peccato che quando si tratta di affari l’intelligenza pende verso il profitto, non verso l’etica.

Inserito da: zeugidi | 22 settembre, 2008

Energia nucleare quanto costi!

di Katone

Il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola ha annunciato la ripresa del programma nucleare. Entro il 2013 il governo intende avviare la costruzione di 4-5 nuove centrali nucleari di terza generazione con una potenza di 1600 MW ciascuna. La loro entrata in funzione non è prevista prima del 2020. L’obiettivo è raggiungere un mix energetico in linea con gli altri Paesi europei: 25% nucleare (oggi al 14%, importato totalmente dall’estero, soprattutto dalla Francia), 25% fonti rinnovabili e 50% energie fossili (oggi all’80%, importato anche questo). In questo modo si ridurrà la dipendenza energetica dall’estero e quindi il costo della bolletta energetica, la più cara in Europa proprio per l’assenza di centrali nucleari.

La scelta nucleare è problematica e paesi diversi hanno politiche nucleari diverse: in Francia il 78% del fabbisogno energetico è coperto da 20 centrali nucleari; in Gran Bretagna il 18% da 9 centrali; in Spagna il 20% da 7 centrali; in Giappone il 20% da 17 centrali; negli USA il 20% da 64 centrali, ma non ne costruiscono dal 1978; in Germania il 31% da 12 centrali, ma entro il 2020 il nucleare sarà abbandonato e si punterà tutto sulle fonti rinnovabili.

Le previsioni indicano che il consumo di elettricità crescerà notevolmente su scala mondiale entro il 2020 e, quindi, anche il suo prezzo aumenterà. Di qui la necessità di diversificare le fonti energetiche. Oggi l’energia elettronucleare ha un costo inferiore rispetto alle altre forme di energia. Inoltre non inquina perché non emette gas-serra. Ma nei prossimi anni ci saranno cambiamenti radicali e la scelta nucleare si rivelerà una costosa transizione verso altri metodi di produzione elettrica.

Attualmente tutte le centrali nucleari hanno reattori a fissione nucleare, dove avviene la rottura controllata di atomi pesanti tramite bombardamento di neutroni. Se non fosse controllata, la reazione di fissione genererebbe un’esplosione catastrofica: gli ordigni nucleari ne sono una prova.

Teoricamente è possibile anche la fusione nucleare tra due atomi leggeri. In natura le particolari condizioni richieste si riscontrano unicamente nei nuclei delle stelle. Riprodurle sulla Terra sarebbe un gran successo: l’energia liberata dalla fusione è 10 volte quella liberata dalla fissione. Per adesso la ricerca è ferma allo stadio sperimentale (progetto ITER). I primi reattori a fusione sono previsti nel 2020 e le prime centrali commerciali nel 2050. Ma sono decenni che queste date vengono posticipate. Per questo i fondi diventano sempre più scarsi e con essi anche la speranza di rispettare le previsioni. Non a caso i fautori del nucleare vedono le centrali di terza generazione come il ponte verso le centrali a fusione. Da notare che implicitamente ammettono che si tratta di una soluzione transitoria.

Passiamo ai numerosi problemi che comporta l’energia nucleare.

Il tempo di costruzione di una centrale è di minimo 5 anni e ce ne vogliono altri 5 per attivarla. Quindi per almeno i primi 10 anni non produrrà energia. Generalmente i costi complessivi superano di ben 3 volte i costi previsti. Oggi la costruzione di una centrale di terza generazione richiede almeno 3 miliardi di euro. Gli unici due esempi del genere sono ancora nella fase di cantiere: in Finlandia e in Francia entrambi stanno accumulando ritardi per difetti di progettazione e di costruzione che fanno aumentare di continuo i costi e che potrebbero lievitare a 9 miliardi di euro.

Nelle centrali nucleari l’energia elettrica è il prodotto di un lungo processo. Le reazioni di fissione generano calore che fa evaporare l’acqua di raffreddamento dei reattori. Il vapore prodotto fa girare le turbine. L’energia meccanica delle turbine viene poi convogliata all’alternatore, dove si trasforma in energia elettrica. In pratica le centrali nucleari non sono altro che delle enormi caldaie.

Il combustile nucleare è l’uranio-235, un isotopo raro (0,7% del totale) e costoso del più comune uranio-238 (99,3% del totale). L’uranio-235 va arricchito per essere utilizzato nei reattori. L’arricchimento produce solo ¼ di combustibile fissile, mentre per ¾ produce uranio impoverito. Questo materiale altamente resistente, utilizzato per corazzare carrarmati e aumentare il grado di penetrazione di proiettili e missili, è anche altamente tossico. A pagarne le conseguenze sono i militari e i civili, colpiti da tumori, leucemie, malformazioni fetali. Gruppi terroristici potrebbero impadronirsene e costruire una “bomba sporca”, dal micidiale potere distruttivo e radioattivo.

Secondo l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) al ritmo attuale dei consumi le riserve mondiali di uranio si esauriranno entro il 2035 oppure entro il 2026 se la domanda aumenterà. Al mondo sono in progetto decine di nuove centrali. Perciò la domanda e il prezzo dell’uranio sono destinati a crescere accelerando il suo esaurimento. Esiste però un modo per ricavare uranio-235 attraverso il processo di fertilizzazione del torio-232, un elemento molto più abbondante e quindi economico. In India molte centrali sono alimentate a torio.

La diffusione del torio risponde anche all’esigenza di non proliferazione nucleare. Costruire un reattore è molto più complesso che costruire un ordigno nucleare, quindi i Paesi che riescono a costruire centrali nucleari potrebbero molto facilmente dotarsi di testate atomiche. Questo è già successo in Israele, Sudafrica, India, Pakistan e Nord Corea. E potrebbe accadere anche in Iran.

Un altro aspetto della sicurezza riguarda gli incidenti e gli attacchi terroristici. In 60 anni decine sono stati gli incidenti alle centrali. Migliaia sono state le persone che si sono ammalate e centinaia quelle che sono morte a causa di fughe radioattive: l’episodio di Černobyl è tristemente famoso.

Le centrali inoltre sono obiettivi sensibili ad attacchi terroristici: sabotaggi e attentati esplosivi potrebbero distruggere una città e contaminare intere regioni rendendole inabitabili.

Il problema più pressante e ancora privo di soluzione riguarda le scorie radioattive prodotte dalla fissione. La radioattività delle scorie decade col passare degli anni secondo tempi che variano da elemento ad elemento: per l’uranio si parla di decine di anni, per il plutonio di migliaia di anni, per il cesio di milioni di anni. L’unico modo ritenuto sicuro per smaltirle è di confinarle: le scorie a bassa radioattività sono conservate in depositi superficiali in apposite aree protette. Invece le scorie altamente radioattive vengono depositate in strati geologici stabili e privi di infiltrazioni. Di solito si tratta di miniere di salgemma abbandonate o delle profondità dei deserti. In passato però migliaia di fusti radioattivi sono stati gettati in mare con gravissime conseguenze sull’ecosistema marino.

Si stima che il 96% delle scorie potrebbe essere riprocessate con ulteriore produzione di elettricità nei trasmutatori e nei Reattori Autofertilizzanti Veloci (FBR, Fast Breeder Reactor). Anche questi reattori producono scorie, ma meno pericolose: per loro il tempo di decadimento radioattivo arriva al massimo a 50 anni. In particolare gli FBR innalzano l’efficienza delle reazioni dall’attuale 5% ad un teorico 100% ed utilizzano l’uranio-238, circa 140 volte più abbondante dell’uranio-235, trasmutandolo però nel pericoloso plutonio-239, materiale adatto per gli armamenti nucleari, molto tossico e radioattivo.

I reattori non sono eterni: quelli di prima e seconda generazione si esauriscono dopo 25 anni dall’attivazione, quelli di terza dopo 50. Terminato il ciclo operativo, si procede allo smantellamento dell’impianto. L’operazione può avvenire in tempi lunghi o in tempi brevi: più i tempi sono lunghi, maggiore è il risparmio. In Italia infatti smantellare in pochi anni 3 centrali nucleari costerà 2 o 3 volte il loro costo di costruzione. A pagare sono, e saranno per anni, gli italiani tramite alcune voci della bolletta elettrica debitamente camuffate.

Resta da quantificare l’impatto ambientale delle centrali. I reattori nucleari non emettono gas-serra o ceneri, ma l’estrazione mineraria e il trattamento dell’uranio sì. Nell’intero ciclo di vita, però, le emissioni sono paragonabili a quelle dell’energia eolica. C’è da considerare anche che le centrali nucleari accentrano al massimo grado un forte potere di controllo economico-sociale nelle mani di poche persone. Per ovviare a questo problema bisognerebbe decentrare la produzione in piccole e numerose centrali sparpagliate su tutto il territorio. In fine il bilancio energetico del nucleare non è positivo: l’intero processo, dall’estrazione del combustibile sino alla fissione, può consumare più energia di quanta ne produca.

In Italia in seguito ai referendum del 1987 il programma nucleare è stato sospeso e le centrali nucleari sono state chiuse: Latina nel 1987, Trino e Caorso nel 1990 (Garigliano già nel 1982). Ma le scorie sono ancora un problema assillante: una parte viene spedita a caro prezzo in Francia per essere vetrificata e depositata lì per 20 anni. Inutile dire che il servizio si paga. Quando tornerà indietro, si dovrà trovare loro una nuova sistemazione. Nel 2003 il tentativo di sotterrarle a Scanzano Ionico senza consultare prima la popolazione si è risolto con una mezza rivolta e l’allora governo Berlusconi ha dovuto rinunciare.

Se si considera che molti fusti radioattivi riempiono le centrali dall’epoca della loro chiusura perché non si sa dove metterli, è facile supporre che le scorie prodotte dalle nuove centrali nucleari saranno trattate in modo analogo. E il caso dei rifiuti di Napoli non è incoraggiante. Inoltre alcune persone parlano della costruzione di 10 centrali, facendo supporre che l’interesse economico è verso gli appalti miliardari che si prospettano, come dimostra la corsa alla costruzione dei rigassificatori: 10 centrali potrebbero costare dai 30 ai 90 miliardi di euro in 10 anni e più, visti i tempi di costruzione in Italia. Perché il problema di fondo è l’assenza di una politica energetica nazionale. La creazione di un Ministero per l’Energia come negli USA potrebbe essere una soluzione, dato che importiamo il 95% dell’energia dall’estero. Ma questo andrebbe contro troppi interessi e metterebbe ordine in un settore che ordine non vuole.

Inserito da: zeugidi | 29 maggio, 2008

Come ammalarsi bruciando i rifiuti

di Katone

L’emergenza rifiuti di Napoli ha imposto ancora una volta un’attenta riflessione sul problema dello smaltimento dei rifiuti. Vista la mancanza di abbondanti fonti di energia in Italia, si è pensato di cogliere due piccioni con una fava. Infatti politici ed imprenditori sostengono che l’unica soluzione che risolva contemporaneamente la questione dei rifiuti e quella energetica sia la costruzione di termovalorrizatori. Il suono della parola allude a un qualcosa di buono, positivo, utile, ma non è così.

Questi non sono altro che i vecchi inceneritori adattati per catturare il calore sprigionato dalla combustione dei rifiuti e per distribuirlo poi alle abitazioni sotto forma di teleriscaldamento. L’idea sembra allettante, ma bisogna considerare che per riscaldare adeguatamente le abitazioni, i termovalorizzatori devono trovarsi in prossimità delle città o, meglio, al loro interno. Esempi ce sono in tutto il mondo: a Barcellona e a Vienna ne hanno costruito uno proprio nel centro cittadino. A Brescia, dove è stato costruito quello più grande d’Europa, si trova dentro la città. Effettivamente le case ricevono calore dalla combustione dei rifiuti, ma si sottace il lato negativo di questa tecnologia: le ceneri e le polveri sottili se inalate provocano malattie. Numerosi studi epidemiologici dimostrano un aumento di tumori e malattie nervose nelle aree dove sono maggiormente diffusi gli inceneritori. Questo è un dato di fatto e sorprende che un oncologo come il dott. Veronesi affermi che non ci siano prove a riguardo.

Credere che per smaltire i rifiuti sia sufficiente bruciarli, oltre a non essere vero è anche paradossale perché in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Innanzitutto i rifiuti per bruciare hanno bisogno di certe sostanze che aiutano la combustione, altrimenti il fuoco non si sviluppa. Si tratta per la maggior parte di calce, bicarbonato, acqua e ammoniaca che vengono aggiunti in grandi quantità. E qui incontriamo il primo paradosso. Se si vuole eliminare una tonnellata di rifiuti, se ne deve aggiungere un’altra di queste sostanze col risultato di aver raddoppiato la massa finale dei rifiuti.

Infatti i rifiuti una volta bruciati non spariscono nel nulla solo perché non li vediamo più, ma si trasformano in ceneri e polveri. Ora non bisogna farsi fuorviare dai termini familiari: nei termovalorizzatori non si brucia legname, ma materiali industriali inquinanti. Le ceneri prodotte sono pesanti e vanno smaltite in apposite e quindi costose discariche. Questo è il secondo paradosso: con l’avvento dei termovalorizzatori le discariche non spariscono. Anzi. Da immensi immondezzai diventano ricettacoli di rifiuti tossici molto più nocivi dei rifiuti originali. Queste ceneri sono definite inerti perché caratterizzata da una bassa reattività chimica, ma non altrettanto biologica. Ciò implica che se entrano nel ciclo alimentare, l’organismo non avrà possibilità di difendersi e si ammalerà. La probabilità è abbastanza alta, se si considera che già oggi i campi coltivati in Campania sono fortemente inquinati dalla diossina sprigionata dai rifiuti chimici delle industrie del nord sepolti sotto di essi dalla camorra (vedi “Gomorra”).

Le polveri si suddividono in due tipi: filtrabili e condensabili. Le polveri filtrabili sono facilmente intercettabili con un filtro. E qui si trova il terzo paradosso: le polveri filtrate infatti non vengono smaltite, ma sono reimmesse nel processo di combustione. Quindi permangono nel ciclo e col tempo tendono ad aumentare con la conseguenza di accumulare per le generazioni future altri rifiuti tossici. Purtroppo non esistono filtri in grado di intrappolare tutte le polveri, ma solo quelle di un certo diametro. Quelle con un diametro inferiore, e sono la maggior parte, sfuggono e si disperdono nell’aria. Queste sono dette nanoparticelle e sono pericolose perché se inalate passano dai polmoni al sangue in un minuto e dal sangue in ogni organo in 60 minuti. Le patologie che possono causare sono gravi: cancro, malformazioni fetali, Parkinson, Alzheimer, intossicazione, infertilità, infarto e ictus. Le polveri condensabili invece si formano al di sotto del filtro e quindi, per gravità, restano all’interno del termovalorizzatore. In realtà c’è un terzo tipo di polveri, dette secondarie, che derivano dalla condensazione dei gas rilasciati nell’atmosfera. Queste si formano anche a grande distanza dal luogo di origine e la loro ricaduta provoca effetti patologici.

Per quanto riguarda l’aspetto economico, il finanziamento della costruzione dei termovalorizzatori è pubblico ma non statale. I fondi finanziari sono raccolti tramite il CIP-6, una voce presente in ogni bolletta ENEL che destina, secondo la legge n. 9 del 1991, il 7% della tariffa da pagare allo sviluppo delle «energie rinnovabili e assimilate». Quest’ultimo aggettivo, apparentemente innocuo, in realtà è un mostro giuridico che nasconde in sé raffinerie, rigassificatori, centrali a carbone e termovalorizzatori. Queste sono le fonti “assimilate” ad acqua, vento e sole. E questo è il quarto paradosso. A conferma di quanto detto, l’ultima finanziaria del governo Prodi aveva eliminato il finanziamento tramite il CIP-6. Il risultato è stato che l’asta per aggiudicare l’appalto dell’inceneritore di Acerra è andata deserta. In pratica gli imprenditori non si azzardano a mettere i propri soldi nella costruzione dei termovalorizzatori e preferiscono che sia lo Stato ad accollarsi i rischi e le spese che si rifà sulle bollette degli utenti.

In Italia sono 51 i termovalorizzatori. La maggior parte è dislocata a nord, dove il problema dei rifiuti non è presente, mentre la Campania ne è priva e le conseguenze sono a tutti note. Anche il Lazio rischia il collasso e per questo sono stati proposti 4 termovalorizzatori, ma la popolazione si oppone. Se si sovrappone una mappa dell’incidenza dei tumori nella popolazione sopra una mappa che indica la presenza dei termovalorizzatori si scopre al nord i casi di tumore sono molto di più che al sud, dove gli unici picchi si trovano vicino alle discariche delle ecomafie e alle raffinerie di Gela.

Il problema che nessuno pone è che i termovalorizzatori non possono bruciare tutto e in modo indifferenziato, ma solo certi tipi di rifiuti appositamente trattati. Per fare ciò però bisogna procedere alla raccolta differenziata. Questo è già da tempo una realtà in Germania, paese particolarmente attento alla natura. In questo modo Berlino ha ridotto i rifiuti del 50% in 6 mesi mentre Francoforte del 70% inviando a tutti i cittadini un opuscolo pratico e intelligente che spiega come differenziare i rifiuti senza commettere errori. Questi obiettivi sono incredibili eppure alcuni sono stati già raggiunti grazie all’informazione delle istituzioni e alla partecipazione dei cittadini, due cose estranee alle tradizioni italiane.

I rifiuti, divisi in base al materiale, vengono separati in due grandi gruppi: quelli per il CdR (combustibile da rifiuti) e quelle per il riciclaggio. Il CdR è il combustibile dei termovalorizzatori ed è diventato tristemente famoso col disastro delle ecoballe, nome quanto mai adeguato per la sua ironica ambiguità. Dalla loro combustione si produce calore, ceneri e polveri. Il riciclaggio permette un ritorno economico non indifferente: il vetro, la plastica e i metalli possono essere riutilizzati praticamente all’infinito; la carta riciclata vale di più dell’energia che se ne può ricavare bruciandola; gli avanzi del cibo possono essere compostati e utilizzati come concime.

Raccolta differenziata e riciclaggio, se opportunamente impiegati, possono addirittura eliminare la necessità dei termovalorizzatori con un conseguente risparmio economico e un consistente incentivo per le aziende operanti nel settore dei rifiuti. Questo è il caso di San Francisco che punta entro il 2012 ad azzerare la produzione di rifiuti (Zero Waste): già nella prima fase sono stati creati quasi 800 posti di lavoro e l’acquisto di materie prime è crollato. Purtroppo la legge italiana permette solo monopoli privati a capitale pubblico, mentre una reale liberalizzazione porterebbe concorrenza tra le aziende e quindi meno inquinamento e maggiore occupazione.

In ultima analisi i termovalorizzatori sono costosi, nocivi, inefficienti: non risolvono il problema dei rifiuti, la loro costruzione ricade sulle tasche dei cittadini e favoriscono l’insorgere di gravi patologie. Per farli funzionare bisogna ricorre alla raccolta differenziata, ma questa da sola potrebbe addirittura renderli inutili. Un modo per rendersi conto della situazione è usare i termini appropriati: non chiamiamoli ipocritamente termovalorizzatori, ma onestamente “termotumorizzatori”. Solo così i cittadini sapranno valutare le decisioni prese (o imposte?) dai nostri politici per il nostro futuro (o il loro?).

Un grazie di cuore per il lavoro e per l’impegno profuso per questa battaglia al dott. Stefano Montanari direttore scientifico del Laboratorio di Ricerche di Nanodiagnostics di Modena, presieduto e fondato dalla dott.essa Antonella Gatti, scopritrice delle nanopatologie.

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