La recensione che scrivo per gli attenti lettori riguarda il musical (una produzione Nova Ars) che va in scena da dicembre, e che regala repliche a distanza di due mesi, al Teatro Divina Commedia nei pressi dell’Università di Tor Vergata, creato appositamente per la rappresentazione de “La divina Commedia: l’opera”. (Per info su produzione, attori, teatro www.ladivinacommediaopera.it)
Il giudizio che traggo nell’insieme è positivo, ma non è quel genere di opera che pare azzeccata in tutti gli aspetti. Spiego le mie ragioni.
Il cast, giovane e dinamico, ha superato la prova del nove. Buone interpretazioni, ottime esposizioni canore e carattere lodevole. Dante è sicuro e non sbaglia approccio, Virgilio lo accompagna e diventa la spalla ideale, Beatrice raccoglie la scena in quasi tutto il secondo atto, Ulisse e Francesca (di Paolo e Francesca) offrono grande spettacolarità e non si fanno inglobare passivamente nello sceneggiato.
Tuttavia anche agli occhi dei poco esperti (vedimi), lo sceneggiato è risultato clamorosamente asimmetrico. Avvolgente, denso, gradevole il primo atto, del tutto fuori luogo il secondo.
All’inizio la compagnia inscena veramente la Commedia così come Dante Alighieri, con tutti i suoi significati nascosti, le sue allegorie, ha da sempre voluto far emergere. E sono proprio questi topos che risaltano agli occhi dello spettatore, il quale si immedesima immediatamente nel racconto degli eventi e rimane coinvolto per tutta la durata del primo atto. Incorniciato da grandi musiche e da un corpo di ballo impeccabile, il susseguirsi degli episodi è ben congeniato e lo spettacolo in sé non appare noioso, tutt’altro. Ottima anche la figura di Dante, su cui si incentra il viaggio spirituale. Il regista non si discosta dalla vera Commedia. Prima la selva oscura, poi le tre fiere, poi ancora l’incontro con Virgilio. Il viaggio continua per tutto l’inferno e grandi collaborazioni vengono offerte dai vari Caronte, Francesca, Pier delle Vigne, il conte Ugolino e Ulisse, con impostazioni di scena che cambiano volta per volta insieme ad uno sfondo computerizzato che riproduce icone in continuo movimento, e accompagnano l’incuriosito spettatore sino a fine atto. Colori, musiche, colpi di scena rimangono gli ingredienti principali della prima parte del musical.
Così come il primo atto è rimasto fedele ai versi del Sommo poeta, il secondo è apparso piuttosto inappropriato. Si perde la chiara dinamica degli eventi, prerogativa che era stata all’inizio dell’opera, in sacrificio di una maggiore libertà esecutiva. Questo aspetto, a mio avviso, ha contribuito al parziale estraniarsidello spettatore che non ha più chiaro l’avvicendarsi degli eventi. Se l’inferno è centrato più sull’aspetto del viaggio inteso come evento curioso, ma anche e soprattutto come indagine interiore da parte di Dante uomo, il purgatorio fuso con il paradiso, non contiene in sé messaggi o allegorie. O almeno così mi è parso di scorgere. I direttori in cabina di regia hanno voluto agire di propria iniziativa inscenando prolungate canzoni (numerose quelle di Beatrice), accentuati soliloqui (la disperazione di Virgilio al momento dell’addio a Dante) e riproduzioni incomprensibili (la fastosa entrata in scena di Beatrice a mo’ di faraone). Si è quindi soffermato maggiormente sul dettaglio dei singoli aspetti senza riuscirepiù ad amalgamare l’intreccio che sfugge di mano e si allontana dalla Commedia dantesca.
Se da un lato la rappresentazione dell’inferno appare un’encomiabile prestazione, dall’altro il secondo atto perde, come direbbe Dante stesso, la retta via.
Voto: 7,5 primo atto; 6 secondo atto. Nel complesso prova più che sufficiente, ma non eccellente.
Di Zeugidi
La recensione che scrivo per gli attenti lettori riguarda il musical (una produzione Nova Ars) che va in scena da dicembre, e che regala repliche a distanza di due mesi, al Teatro Divina Commedia nei pressi dell’Università di Tor Vergata, creato appositamente per la rappresentazione de “La divina Commedia: l’opera”. (Per info su produzione, attori, teatro www.ladivinacommediaopera.it)
Il giudizio che traggo nell’insieme è positivo, ma non è quel genere di opera che pare azzeccata in tutti gli aspetti. Spiego le mie ragioni.
Il cast, giovane e dinamico, ha superato la prova del nove. Buone interpretazioni, ottime esposizioni canore e carattere lodevole. Dante è sicuro e non sbaglia approccio, Virgilio lo accompagna e diventa la spalla ideale, Beatrice raccoglie la scena in quasi tutto il secondo atto, Ulisse e Francesca (di Paolo e Francesca) offrono grande spettacolarità e non si fanno inglobare passivamente nello sceneggiato.
Tuttavia anche agli occhi dei poco esperti (vedimi), lo sceneggiato è risultato clamorosamente asimmetrico. Avvolgente, denso, gradevole il primo atto, del tutto fuori luogo il secondo.
All’inizio la compagnia inscena veramente la Commedia così come Dante Alighieri, con tutti i suoi significati nascosti, le sue allegorie, ha da sempre voluto far emergere. E sono proprio questi topos che risaltano agli occhi dello spettatore, il quale si immedesima immediatamente nel racconto degli eventi e rimane coinvolto per tutta la durata del primo atto. Incorniciato da grandi musiche e da un corpo di ballo impeccabile, il susseguirsi degli episodi è ben congeniato e lo spettacolo in sé non appare noioso, tutt’altro. Ottima anche la figura di Dante, su cui si incentra il viaggio spirituale. Il regista non si discosta dalla vera Commedia. Prima la selva oscura, poi le tre fiere, poi ancora l’incontro con Virgilio. Il viaggio continua per tutto l’inferno e grandi collaborazioni vengono offerte dai vari Caronte, Francesca, Pier delle Vigne, il conte Ugolino e Ulisse, con impostazioni di scena che cambiano volta per volta insieme ad uno sfondo computerizzato che riproduce icone in continuo movimento, e accompagnano l’incuriosito spettatore sino a fine atto. Colori, musiche, colpi di scena rimangono gli ingredienti principali della prima parte del musical.
Così come il primo atto è rimasto fedele ai versi del Sommo poeta, il secondo è apparso piuttosto inappropriato. Si perde la chiara dinamica degli eventi, prerogativa che era stata all’inizio dell’opera, in sacrificio di una maggiore libertà esecutiva. Questo aspetto, a mio avviso, ha contribuito al parziale estraniarsi dello spettatore che non ha più chiaro l’avvicendarsi degli eventi. Se l’inferno è centrato più sull’aspetto del viaggio inteso come evento curioso, ma anche e soprattutto come indagine interiore da parte di Dante uomo, il purgatorio fuso con il paradiso, non contiene in sé messaggi o allegorie. O almeno così mi è parso di scorgere. I direttori in cabina di regia hanno voluto agire di propria iniziativa inscenando prolungate canzoni (numerose quelle di Beatrice), accentuati soliloqui (la disperazione di Virgilio al momento dell’addio a Dante) e riproduzioni incomprensibili (la fastosa entrata in scena di Beatrice a mo’ di faraone). Si è quindi soffermato maggiormente sul dettaglio dei singoli aspetti senza riuscire più ad amalgamare l’intreccio che sfugge di mano e si allontana dalla Commedia dantesca.
Se da un lato la rappresentazione dell’inferno appare un’encomiabile prestazione, dall’altro il secondo atto perde, come direbbe Dante stesso, la retta via.
Voto: 7,5 primo atto; 6 secondo atto. Nel complesso prova più che sufficiente, ma non eccellente.
Da vedere.
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