Inserito da: zeugidi | 10 Marzo, 2008

L’uomo flessibile e il mercato globale

Di Katone

 

Visitando il blog di Beppe Grillo è possibile scaricare gratuitamente “Schiavi Moderni – I precari nell’Italia delle meraviglie”, un libro in cui sono raccolte varie testimonianze di persone obbligati a lavorare da precari. Leggendo le loro storie ci si fa un’idea di come la società stia perdendo velocemente le conquiste sindacali e regredendo paurosamente verso un’economia alla Dickens, dove il padrone comanda e il lavoratore ubbidisce.   I salari dei precari oscillano tra i 3 e i 5 euro l’ora lordi. Permettersi un’abitazione non è fattibile con salari simili. Ciò significa che molti sono condannati a rimanere con i genitori. In questo modo essere «bamboccioni» non è una scelta, ma una costrizione. I mass-media li chiamano «giovani», anche se molti hanno superato i 30 e alcuni i 40. Come si può pensare di sposarsi e formare una famiglia se non si può avere la serenità di un lavoro stabile? Forse non è chiaro, ma alla generazione dei precari si sta impedendo di progettarsi un futuro.  I lavoratori sono diventati economici strumenti multifunzionali che un imprenditore può utilizzare nella quantità e nel modo che gradisce. Un lavoratore precario è un lavoratore usa-e-getta perché può essere reclutato, spremuto e gettato via in qualsiasi momento. Il datore di lavoro lo può facilmente ricattare perché è privo di garanzie contrattuali e sindacali: tredicesima, assicurazione contro malattie ed infortuni, ferie retribuite, contributi previdenziali sono solo un costo. Inoltre il precario è un ostaggio che, a fronte di un magro salario e di un impegno notevole, vede la propria vita appiattita in turni serrati e irregolari che gli impediscono di usare il tempo libero per cercarsi un’occupazione migliore.  Buona parte del merito spetta sicuramente alla “globalizzazione”. Cosa sia non è chiaro. Una definizione di questo evento storico, che costringe culture lontane ad un quotidiano confronto, non esiste. Una buona approssimazione è “integrazione di mercati locali in un unico, immenso, libero mercato globale”. Quali sono le cause? L’uso sistematico e capillare dei moderni mezzi di trasporto e di telecomunicazione che permettono di connettere un australiano con un inglese, di vendere azioni dalla borsa di Tokyo a quella di New York, di mangiare cipolle cinesi e bere vino cileno.  Per legittimarlo giuridicamente e regolarne il funzionamento, sono stati firmati gli accordi del WTO, l’Organizzazione del Commercio Mondiale, che, non a caso, garantisce la libera circolazione di merci tra continenti. Quindi sviluppo tecnologico e, di riflesso, sviluppo economico sono, rispettivamente, il motore e il pilota di questo fenomeno che comunemente viene percepito come un “progresso troppo veloce” che si fa fatica a seguire con lo stesso passo accelerato.  Un mondo che si rimpicciolisce ogni giorno che passa crea facili occasioni di arricchimento per chi ne ha le capacità. Ma anche non pochi problemi per chi si ritrova a fare da ingranaggio in questo marchingegno planetario. Si chiudono gli stabilimenti in occidente e li si aprono nell’Est europeo, in Asia o in America Latina. Questo succede perché lì i lavoratori costano meno. Il risultato è una guerra tra poveri dove a vincere sono le multinazionali.  La concorrenza non è più solo tra imprese, ma anche tra lavoratori. Facciamo alcuni esempi. Il distretto tessile di Prato ha chiuso perché schiacciato dalle industrie d’abbigliamento cinesi. Lo stabilimento della Thyssen-Krupp di Torino, in cui sono morti 7 operai, doveva essere chiuso e la produzione spostata in India. Gli autotrasportatori italiani hanno scioperato per protestare contro l’imposizione di macinare chilometri senza sosta per non essere tagliati fuori dai camionisti romeni che prendono la metà. In Francia alcune industrie hanno manifestato la volontà di trasferirsi in Romania, ma per non perdere il lavoro sindacati e dipendenti hanno accettato di lavorare per più ore a parità di salario. Addirittura in Inghilterra alcuni call-center sono stati delocalizzati in India.  In Italia da 10 anni si tenta di arginare l’ondata della globalizzazione con la «flessibilità del lavoro». Che è un modo asettico per dire che i lavoratori si devono adattare ai ritmi forsennati che impone il mercato globale. I risultati li abbiamo sotto gli occhi.  Il lavoro non è più un diritto, ma è un’elemosina. I lavoratori flessibili non possono discutere sul trattamento. Anzi; dovrebbero ringraziare chi offre loro un’opportunità, seppur predatoria, visto che a contendersi un posto ai call-center o ai fast-food sono in milioni. E infatti molti si lamentano, ma tutti non fanno che adattarsi alle conseguenze nuovo ordine mondiale.  I lavoratori flessibili si devono adattare ad ogni mansione richiesta e a salari da fame. I lavoratori flessibili si devono piegare al volere del datore di lavoro, devono dare tutto in cambio di poco o nulla. A proposito. L’immagine di una persona che si piega per soddisfare ogni richiesta potrebbe suggerire a qualcuno una battuta poco elegante, ma efficace. Per non cadere di stile, ci limitiamo a parafrasare la metafora con un amareggiato “che fregatura!”.

Ecco in sintesi il contributo che studiosi qualificati e indipendenti hanno dato all’opera di Grillo. Questi temi non trovano spazio nei dibattiti che ci somministrano per narcotizzare il libero pensiero. Riflettiamoci. Anche la canna di bambù è flessibile, ma oltre un certo limite si spezza.

Schiavi moderni – I precari nell’Italia delle meraviglie

 Prefazione

di Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia

 La legge 30 che ha introdotto la flessibilità in Italia non viene contestata, mentre in Francia poche settimane di mobilitazione studentesca hanno portato al ritiro di una proposta analoga.  Le politiche di flessibilità del lavoro hanno prodotto salari inferiori, maggiore incertezza e consumi minori che si sono tradotti in una domanda aggregata inferiore, in maggior indebitamento delle famiglie e in livelli occupazionali più bassi.  L’Italia ha bisogno di politiche volte a sostenere la domanda aggregata e di riforme strutturali. La rigidità ostacola lo sviluppo economico. Ma senza protezioni sociali la flessibilità diventa precarietà. Queste misure sono costose, ma sono necessarie per restituire sicurezza ai lavoratori flessibili. Inoltre i loro salari non dovrebbero essere inferiori, ma superiori perché hanno maggiore  probabilità di licenziamento.  In Italia un precario ha una probabilità di essere licenziato 9 volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità 5 volte inferiore di trovare un nuovo impiego dopo la fine del contratto e il 40% dei precari è laureato. A che serve spendere tanto per istruirli se poi lavorano ai call-center?

Postfazione

di Mauro Gallegati (con la collaborazione di Roberto Leombruni)

 Il precariato è un male necessario e non lo si può evitare: l’unica cosa concessa ai legislatori è limitarne gli eccessi.  In Italia si è pensato di introdurre la flessibilità lavorativa per risolvere il problema della disoccupazione. La prima legge sul lavoro precario risale al 1996 con l’istituzione dei Co.Co.Co. (contratti di cooperazione coordinata e continuativa). Grazie a questa riforma il numero di occupati è cresciuto ad un ritmo sostenuto tra il 1998 e il 2002. Dopodiché con l’introduzione della legge 30 del governo Berlusconi si è verificato un brusco rallentamento tra il 2003 e il 2004 e addirittura una flessione nel 2005. Se si confronta l’andamento dell’occupazione con quello delle ore di lavoro si nota che a partire dal 2005 in Italia ci sono più lavoratori che lavoro.  Il tasso di disoccupazione da solo non dice quanti hanno trovato lavoro: dice solo in quanti cercano lavoro. Molti perdono fiducia e smettono di cercarlo: sono i lavoratori scoraggiati. Statisticamente queste persone non sono incluse nel calcolo della disoccupazione. Il loro numero fino al 2003 è rimasto stabile attorno alle 600.000 unità, ma poi nel 2004 è balzato a 1 milione e nel 2005 a 1.250.000. Ciò implica che la disoccupazione è calata non perché sono stati creati nuovi posti di lavoro, ma perché ci sono meno persone sul mercato del lavoro.  Non tutte le forme di flessibilità sono dannose. Alcune corrispondono davvero ad una reale necessità organizzativa. Tra quelle “tutelate” basta citare i contratti a tempo determinato, gli apprendistato, e perfino forme “iperflessibili” come il lavoro interinale, il job sharing e il lavoro a chiamata. Ma queste sono le eccezioni. La maggior parte dei precari sono Co.Co.Co.  Se l’idea del legislatore era di creare le possibilità per i giovani di inserirsi nel mercato del lavoro, di fatto li ha costretti ad essere sfruttati dalle aziende.  Prima del 1996 l’unico modo regolare per prendere un lavoratore per un breve periodo era quello di firmare un contratto a tempo determinato. O in alternativa un contratto di prestazione d’opera occasionale, spesso con la promessa di assunzione futura. L’ultimo rapporto di lavoro era molto vicino al lavoro nero.  Nel 1996 i Co.Co.Co. non fanno che regolarizzare la via alternativa e trasformare il lavoro flessibile in lavoro precario. La nuova categoria di lavoratori non gode dei diritti spettanti ai dipendenti perché figurano come collaboratori: quindi niente contributi sociali per la pensione. Solo nel 2000 è stata concessa la copertura per infortuni e malattie tramite la riforma degli ammortizzatori sociali.  La legge Biagi ha cercato di migliorare la situazione modificando i Co.Co.Co. in Co.Co.Pro. (contratti di collaborazione a progetto). Le buone intenzioni sono state presto deluse. Con la legge Biagi il contratto di lavoro va scritto (con i Co.Co.Co. non era obbligatorio) e va indicato il progetto di collaborazione. Se non si può identificare un progetto, l’impresa può essere obbligata ad assumere il lavoratore come dipendente. Però la stessa legge Biagi stabilisce che il giudice non può “sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano al committente” (art. 69). Inoltre la circolare 1/2004 Maroni ha precisato che un Co.Co.Pro. è rinnovabile all’infinito.  Da parte delle imprese la reazione è stata ambivalente: da un lato molti Co.Co.Co. sono diventati Co.Co.Pro., dall’altro temendo la clausola sopraccitata hanno costretto molti collaboratori ad aprire una partita IVA minacciandoli di non rinnovare il contratto.  La precarietà è voluta dalle imprese italiane perché stanno in piedi solo sottopagando i lavoratori. Infatti molti dicono che aumentando i controlli aumenterebbe il lavoro nero. Insomma, invece di  far emergere il lavoro nero, lo si è legalizzato.  Qual è la prospettiva per milioni di precari? Dato che le leggi in vigore favoriscono l’inserimento nel mercato del lavoro, ma non la stabilizzazione tramite contratti a tempo indeterminato, con minori versamenti contributivi e in futuro le pensioni saranno da fame.


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