di Katone
I mezzi d’informazione sono stati accusati di aggravare la crisi diffondendo notizie deprimenti. Per qualcuno dovrebbero addolcire la pillola amara, invece di fare il loro mestiere. In fondo se non si parla di un problema, quel problema è come se non esistesse. Anche se genera miseria e sofferenze.
Gli ultimi dati parlano chiaro: PIL a – 2,5%, 500.000 posti di lavoro in meno, boom della cassa integrazione. Tutti sintomi di una recessione che sta impoverendo larghe fasce della popolazione. Questi i fatti. Gli appelli a non diminuire i consumi da parte del premier Berlusconi sono vani. La gente spende meno non per paura, ma perché la crisi finanziaria e la disoccupazione hanno ridotto il reddito disponibile.
In situazioni del genere lo strumento più efficace nelle mani di un governo è stimolare la domanda aggregata con un’iniezione di liquidità direttamente nelle mani dei cittadini. Il potere d’acquisto delle famiglie va sostenuto con più sussidi e meno tasse. Stesso discorso per le imprese che in questo periodo si sentono soffocare per le restrizioni al credito decise dalle banche. I danni che si possono arrecare sono ingenti: le P.M.I. (piccole e medie imprese, n.d.r.) rappresentano ben il 95% delle aziende italiane e, di conseguenza, assorbono la maggioranza della forza lavoro. Se non si agisce in modo opportuno, si rischia di minare le basi dell’economia reale e, a crisi passata, di accentuare maggiormente le disuguaglianze.
Per sostenere il reddito delle famiglie occorrono ammortizzatori sociali efficaci come buoni acquisto da spendere subito, assegni di disoccupazione, adeguamento delle pensioni minime. Il governo però è contrario ad un aumento della spesa pubblica, per lo meno di questo tipo. Infatti con i Tremonti bond lo Stato finanzierà le banche che hanno ridotto il credito alle imprese con la speranza che riprendano a concedere loro prestiti.
E dire che in Italia il sistema bancario è solido. Da noi non assisteremo a nazionalizzazioni come in Inghilterra o a clamorosi fallimenti come in America. Le banche nostrane hanno evitato il peggio grazie ad un atteggiamento estremamente prudente, quasi al limite dell’inerzia: non assumersi rischi, ma accollarli ad ignari risparmiatori o ad enti pubblici. Questo è stato il caso dei mutui sub-prime, dei titoli derivati e, nel recente passato, dei crack Cirio e Parmalat e dei bond argentini. Da non sottovalutare anche l’applicazione di costi elevati, i più alti in Europa, cui non corrispondono servizi altrettanto elevati.
Per comprendere la gravità della crisi basta dare uno sguardo oltre oceano. Negli USA l’economia è vicina al collasso. Fallimenti bancari, forti timori per il settore automobilistico e minori esportazioni hanno fatto salire la disoccupazione dal 4% all’8% con una proiezione al 10%. E questo nonostante 3000 miliardi in aiuti pubblici e costo del denaro azzerato. Il presidente Obama con tutta la buona volontà potrà solo attutire la caduta, non frenarla: è previsto che la recessione durerà per altri tre anni.
Altrove le previsioni non sono rosee: in Europa si prevedono 6 milioni di disoccupati, la Banca Mondiale una crescita mondiale pari a zero e una contrazione del commercio mondiale del 15%.
Una situazione simile si presentò dopo la crisi del 1929: negli anni ‘30 il commercio mondiale era crollato del 30%, facendo perdere il 30% del PIL mondiale. Seguirono anni di forti tensioni, dittature e corsa agli armamenti. L’epilogo si ebbe con la Seconda Guerra Mondiale che risollevò l’economia e diede inizio alla ripresa.
Oggi lo scenario internazionale presenta varie analogie col passato. La guerra in Afghanistan stenta a sbloccarsi e per questo sono stati annunciati nuovi invii di truppe. Dietro ai programmi spaziali iraniani e nord coreani potrebbero celarsi test per sviluppare missili intercontinentali. La volontà di costruire centrali nucleari in Iran, Arabia Saudita, Libia e altri paesi esportatori di petrolio induce a sospettare che l’obiettivo sia di dotarsi di armi atomiche.
Se la storia si ripete, allora conoscerla forse non serve ad evitare errori già commessi.