di Katone
Abruzzo. Lunedì 6 aprile 2009, ore 03:32. A notte fonda la terra sussulta. Ma questa volta non è la solita scossa che da ottobre fa tremare i muri e le persone. Questa volta è una sezione degli Appennini a vacillare. Per venti secondi la gente del luogo vive un incubo: crepe sui muri, oggetti scagliati per aria, sedie e tavoli che si muovo, vetri in frantumi e il soffitto che si fa abbassa paurosamente. La tensione accumulata nei mesi precedenti si scioglie di colpo. Le persone fuggono, si chiamano e cercano un riparo. Venti secondi di paura e terrore. La terra traballa. Sembra che una carovana impazzita di mezzi cingolati si sia radunata in quelle strade. Venti secondi di morte e distruzione. Dopo che le rocce hanno smesso di sobbalzare, le macerie. Uno, due, dieci, cinquanta. I dispersi sono centinaia: sono intrappolati sotto tonnellate di cemento e mattoni. Venti secondi e tutti i sogni di una vita vengono spazzati via. Arrivano i soccorsi, si inizia a scavare. L’Italia si sveglia con la tragica notizia: L’Aquila è stata distrutta da un terremoto. Molti al Centro Italia pensano a quella scossa paurosa che gli ha fatti saltare giù dal letto nel cuore notte. Per loro è passata, ma per altre 50.000 persone comincia una nuova vita, diversa, non voluta. Qualche cronista paragona l’evento ad un bombardamento chirurgico. Poi si capirà che gli strani crolli erano dovuti a difetti strutturali. Il sisma fa crollare la Prefettura, il Tribunale, l’Ospedale e la Casa dello Studente. Tutte le sedi istituzionali sono inutilizzabili. Qualcuno l’aveva previsto, si dice. Gli esperti dicono che è impossibile prevedere i terremoti. Ma li si può prevenire. Per questo esistono le leggi antisismiche: per evitare simili tragedie. Inizia il conteggio delle vittime: dieci, cento, duecento. Si fa quel che si può, con i pochi mezzi a disposizione e l’incredibile sforzo dei soccorritori. Rimuovono tegole, lastre, infissi e infiniti blocchi informi di cemento. Molte abitazioni di recente costruzione si sono accartocciate su se stesse: spesso il terzo o il quarto piano ora si trovano a pianoterra. La catastrofe lascia tutti senza parole. La programmazione televisiva lascia spazio ad una informazione continua. Dopo una settimana di sforzi si giunge al tragico epilogo: 294 morti. Gli sfollati vengono alloggiati sotto tende, alcuni nelle strutture alberghiere. La solidarietà nazionale in breve tempo spinge moltissimi ad inviare beni di ogni tipo: alimenti, bevande, abiti, giocattoli. Centinaia di volontari partono per dare una mano a chi ce l’ha fatta. E c’è sempre chi prova ad approfittarsene, ma ladri e truffatori hanno sbagliato il bersaglio: i loro tentativi sono subito smascherati. Dopo le lacrime, i lutti e le rovine è tempo della ricostruzione. Il governo al completo si presenta e promette a tutti una casa per l’inverno. Dove e come non è specificato. Intanto resteranno sotto le intemperie. Anche dall’estero giungono aiuti, ma il governo li accetta solo per le opere d’arte perché l’Italia deve fare da sé. E perché gli appalti che si prospettano sono allettanti. Perfino il Santo Padre rallegra le genti colpite dal terremoto annunciando una visita a fine aprile. E se non può essere presente al funerale di Stato, in sua vece manda il segretario di Stato ad officiare il rito. Passata la settimana critica, le procure indagano sui responsabili dei crolli di costruzioni che dovevano essere antisismiche. Ma cercare i colpevoli non è importante: per il Presidente del Consiglio prima viene la ricostruzione e poi… chissà. Non una parola di condanna sui responsabili. Eppure i loro nomi sono lì nero su bianco nelle firme su documenti e permessi. Giornali e tv hanno ripreso i loro palinsesti per distrarre di nuovo le coscienze. La giustizia farà il suo corso, ma di sicuro non verrà aiutata. Troppi gli interessi, troppe le complicità. I costruttori hanno amicizie potenti, si sentono al sicuro: il sistema li proteggerà. Le case crollate non sono le uniche costruite in malo modo. Quante altre ce ne sono in tutta la penisola? Speriamo che per scoprirlo non ci pensi un altro terremoto. Speriamo che il precetto di perdonare i vivi in nome dei morti per questa volta non venga rispettato.