Pubblicato da: zeugidi | 22 maggio, 2011

La guerra in Libia tra democrazia e colonialismo

di KT

Era questione solo di giorni. La partecipazione italiana ai bombardamenti in Libia non poteva essere rinviata oltre. Le ragioni sono molteplici: la vicinanza geografica, le vicende storiche, i rapporti politici, le opportunità economiche, ma soprattutto le basi militari da cui vengono lanciati i raid aerei, dislocate in Sicilia, e il comando NATO a Napoli. L’intervento armato è l’applicazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha stabilito una “no-fly zone” (zona di volo interdetta) per proteggere gli insorti della Cirenaica, duramente colpiti dall’artiglieria di Gheddafi. Da notare che, con l’astensione di Russia e Cina, i voti favorevoli sono stati di Francia, Regno Unito e USA, gli stessi paesi che hanno attaccato e che poi hanno consegnato la direzione alla NATO, di cui per altro fanno parte.
La sproporzione dei mezzi è stata subito evidente: l’aviazione anglo-francese e i razzi delle portaeree americane hanno fatto subito a pezzi i pochi jet e distrutto le basi aeree in mano a Gheddafi. Tuttavia i bombardamenti proseguono e gli obiettivi colpiti non sembrano indebolire molto le forze di Gheddafi: le truppe a lui fedeli hanno addirittura potuto riorganizzarsi dopo una ritirata strategica e riprendere l’assedio di Misurata, unica roccaforte rimasta ai ribelli nell’ovest del paese.
In definitiva le bombe sganciate dagli europei non hanno altro scopo che creare uno scenario favorevole alla guerriglia e terrorizzare la popolazione e il regime. Nonostante l’utilizzo di “smart bomb” (bombe intelligenti), in grado di individuare un bersaglio con estrema precisione, di missili teleguidati e di immagini satellitare, ci sono stati degli errori: le bombe a volte sono cadute anche sugli insorti.
Questo nuovo conflitto, nato per ragioni legali-umanitarie, si inquadra in un contesto più ampio: il mondo arabo è scosso da una sorprendente ondata di proteste contro il rincaro dei generi alimentari, la disoccupazione giovanile e lo stato di polizia dei vari regimi filo-occidentali. Ora i primi regimi a cadere sono stati quelli in Tunisia e in Egitto, mentre la Libia, che si trova proprio tra questi due paesi, ha avuto una sollevazione da parte delle tribù ostili a Gheddafi. L’intervento armato può comportare varie implicazioni: l’estensione della rivolta in Libia, un paese relativamente ricco rispetto ai paesi confinanti, dove il governo saputo i proventi petroliferi sia in opere pubbliche che nel sociale; la guerra tribale, tra le famiglie libiche, pronte a vendicarsi dei torti subiti con la rivoluzione del 1969 che ha cacciato re Idris As-Sanussi, e con un’oppressione che dura da cinquant’anni; l’abbattimento del regime di Gheddafi, un interlocutore ostico, dal carattere forte, di ispirazione socialista, che più volte ha dimostrato la propria indipendenza dalle potenze straniere, e che dopo aver collaborato contro il terrorismo negli ultimi dieci anni, ora viene considerato un leader scomodo; il controllo delle risorse energetiche, il vero nodo cruciale in un periodo di alti prezzi del petrolio.
Oltre a tutto questo, non va sottovalutata la nuova e potente ondata migratoria dai paesi del nord Africa. Gli esperti hanno calcolato in 15.000 gli emigrati che Gheddafi libererà dai centri di prigionia e che nessuno sarà in grado di fermare una volta saltato il tappo degli accordi tra i Italia e Libia.
La situazione potrebbe sfuggire di mano. La guerra, oltre a creare l’ennesimo scenario tipo ex-Yugoslavia, potrebbe anche rivelarsi non risolutiva, seminando morte e distruzione per creare stati deboli ed esposti ai continui attacchi terroristici come in Iraq.


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