di KT
Il 12 e il 13 giugno 2011 i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi su tre argomenti molto sentiti: la gestione dei servizi idrici, l’energia nucleare e la processabilità dei ministri. Si tratta di referendum abrogativi: chi è favorevole dovrà votare “Sì”, mentre chi è contrario dovrà votare “No”. La consultazione referendaria sarà valida se voterà il 50%+1 degli aventi diritto, ossia oltre la metà dei maggiorenni. I seggi rimarranno aperti dalle 8:00 alle 20:00 di domenica 12 giugno e dalle 7:00 alle 15:00 di lunedì 13 giugno.
I quattro quesiti referendari sono:
a) referendum popolare n. 1
Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica. Abrogazione;
b) referendum popolare n. 2
Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma;
c) referendum popolare n. 3
Nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Abrogazione parziale di norme;
d) referendum popolare n. 4
Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale.
Il primo quesito chiede la cancellazione della gestione dell’acqua a società private. I promotori del referendum sostengono che bisogna impedire la privatizzazione dell’acqua per evitare che i privati si arricchiscano sulle spalle dei cittadini senza migliorare i servizi idrici: dove ciò è già avvenuto, le bollette sono aumentate in media del 30% e la qualità del servizio non è migliorata, anzi, in alcuni casi è addirittura peggiorata. I contrari affermano che la proprietà dell’acqua rimane pubblica e che le tariffe idriche sono comunque destinate ad aumentare (“legge Galli”, 1994) perché tenute artificialmente basse per decenni dai politici per raccogliere voti. E con gravi conseguenze: entrate insufficienti, spese coperte con la tassazione e impossibilità di investire nella rete idrica per i miglioramenti e per la manutenzione ordinaria. Oggi gli acquedotti italiani perdono in media il 15% dell’acqua trasportata, ma al sud si arriva al 50% e spesso la fornitura idrica viene erogata solo in alcune ore della giornata: per esempio in Sicilia, dove le riserve idriche sono sufficienti a coprire il fabbisogno dell’intera isola, molti comuni sono costretti a ricorrere alle autobotti private. Per non parlare dei livelli di arsenico superiori ai limiti di legge nei rubinetti di molti comuni vicino Roma. In ultima analisi gli acquedotti sono un monopolio naturale: ampie aree vengono servite in modo efficace solo con una gestione unificata e un operatore unico, quindi senza concorrenza e possibilità di scegliere tra varie offerte. La gestione privata comporterà una razionalizzazione della rete che si traduce però in un razionamento con un aumento delle tariffe e un peggioramento dei servizi. Lo sanno bene gli abitanti di Parigi dove, dopo 25 anni di gestione privata, il sindaco ha riacquistato la società idrica municipalizzandola nel 2008. Inoltre in caso di disservizi, con la gestione attuale dei comuni i cittadini possono far sentire la propria voce presso gli amministratori pubblici, mentre con la gestione privata gli unici ad aver voce in capitolo sono i soci, i finanziatori e gli azionisti.
Il secondo quesito riguarda la remunerazione garantita del 7% sui capitali investiti, sia che il servizio migliori sia che peggiori. Per i promotori è un costo ingiusto che i cittadini sono costretti a pagare per avere servizi scadenti. Per i contrari è una giusta garanzia a fronte delle ingenti somme necessarie per riparare e ammodernare la rete. In pratica si discute sull’abolizione di una forma di incentivo che, come spesso accade in Italia, introdotto per attirare investimenti, difficilmente viene poi abolito una volta esaurito il suo compito. Con l’abrogazione il gestore dovrà trovare nuove forme di entrate, riducendo i costi o aumentando le tariffe.
Il terzo quesito riguarda la costruzione di nuove centrali nucleari della tipologia detta di terza generazione. I promotori sostengono che l’energia nucleare è troppo costosa e troppo rischiosa e che bisogna incentivare le energie rinnovabili (solare, eolico, biomasse) e il risparmio energetico. I contrari affermano che l’Italia dipende per l’80% dall’importazione di petrolio e metano, che l’Italia importa energia elettro-nucleare dalla Francia e dalla Svizzera, che le centrali di terza generazione sono sicure e che a soli 120 km da Trieste ce n’è una in Slovenia e quindi in casi di incidente saremmo coinvolti come con Černobyl. A ben vedere l’energia nucleare presenta più svantaggi che vantaggi: enormi costi di progettazione, di costruzione, di manutenzione, di sicurezza e di smantellamento; impossibilità di smaltire le scorie che rimangono radioattive per centinaia di anni e che nessuno sa come metterle al sicuro; nessuna centrale di terza generazione esiste ancora e le uniche due in costruzione da quasi 10 anni in Finlandia e in Francia sono in ritardo per continui problemi di costruzione; aumento delle malattie tumorali nelle vicinanze delle centrali, come rilevato in Germania e a Latina.
Il quarto quesito riguarda la possibilità dei ministri in carica di essere processati dai magistrati. I promotori sostengono che un ministro accusato di un reato deve comparire davanti al giudice, implicandone perciò le dimissioni e la sua scomparsa dalla politica per tutta la durata del processo fino alla sentenza finale. I contrari affermano che un ministro non può andare in giudizio perché il suo allontanamento arrecherebbe un danno al governo, limitato nell’esercizio delle sue funzioni e scosso da una crisi di fiducia, e quindi allo Stato. I reati contestati sono riferiti a prima dell’entrata in carica e quindi si vorrebbe annullare una sorta di “immunità ministeriale” che permetterebbe ad alcuni di evitare la giustizia con la nomina a ministro. Per quanto moralmente accettabile, questo proposito si presta anche a facili strumentalizzazioni da parte di fazioni che potrebbero accusare falsamente un ministro di un reato inventato, provocarne la dimissioni e rimuovere così un avversario politico. Più semplicemente basterebbe imporre una forte ammenda per le cause temerarie, ossia quelle nelle quali chi accusa una persona non ne ha la minima prova, e gli ex-ministri potranno essere giudicati una volta usciti di carica per i reati contestati prima della nomina ministeriale.
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