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	<title>Il Corriere di Zeugidi</title>
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		<title>Referendum abrogativi 12-13 giugno 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 10:52:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di KT &#160; Il 12 e il 13 giugno 2011 i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi su tre argomenti molto sentiti: la gestione dei servizi idrici, l&#8217;energia nucleare e la processabilità dei ministri. Si tratta di referendum abrogativi: chi è favorevole dovrà votare &#8220;Sì&#8221;, mentre chi è contrario dovrà votare &#8220;No&#8221;. La consultazione referendaria [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilcorrieredizeugidi.wordpress.com&amp;blog=2005810&amp;post=79&amp;subd=ilcorrieredizeugidi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di KT</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 12 e il 13 giugno 2011 i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi su tre argomenti molto sentiti: la gestione dei servizi idrici, l&#8217;energia nucleare e la processabilità dei ministri. Si tratta di referendum abrogativi: chi è favorevole dovrà votare &#8220;Sì&#8221;, mentre chi è contrario dovrà votare &#8220;No&#8221;. La consultazione referendaria sarà valida se voterà il 50%+1 degli aventi diritto, ossia oltre la metà dei maggiorenni. I seggi rimarranno aperti dalle 8:00 alle 20:00 di domenica 12 giugno e dalle 7:00 alle 15:00 di lunedì 13 giugno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I quattro quesiti referendari sono:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a) referendum popolare n. 1</p>
<p>Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica. Abrogazione;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>b) referendum popolare n. 2</p>
<p>Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>c) referendum popolare n. 3</p>
<p>Nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Abrogazione parziale di norme;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>d) referendum popolare n. 4</p>
<p>Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il primo quesito chiede la cancellazione della gestione dell&#8217;acqua a società private. I promotori del referendum sostengono che bisogna impedire la privatizzazione dell&#8217;acqua per evitare che i privati si arricchiscano sulle spalle dei cittadini senza migliorare i servizi idrici: dove ciò è già avvenuto, le bollette sono aumentate in media del 30% e la qualità del servizio non è migliorata, anzi, in alcuni casi è addirittura peggiorata. I contrari affermano che la proprietà dell’acqua rimane pubblica e che le tariffe idriche sono comunque destinate ad aumentare (&#8220;legge Galli&#8221;, 1994) perché tenute artificialmente basse per decenni dai politici per raccogliere voti. E con gravi conseguenze: entrate insufficienti, spese coperte con la tassazione e impossibilità di investire nella rete idrica per i miglioramenti e per la manutenzione ordinaria. Oggi gli acquedotti italiani perdono in media il 15% dell&#8217;acqua trasportata, ma al sud si arriva al 50% e spesso la fornitura idrica viene erogata solo in alcune ore della giornata: per esempio in Sicilia, dove le riserve idriche sono sufficienti a coprire il fabbisogno dell&#8217;intera isola, molti comuni sono costretti a ricorrere alle autobotti private. Per non parlare dei livelli di arsenico superiori ai limiti di legge nei rubinetti di molti comuni vicino Roma. In ultima analisi gli acquedotti sono un monopolio naturale: ampie aree vengono servite in modo efficace solo con una gestione unificata e un operatore unico, quindi senza concorrenza e possibilità di scegliere tra varie offerte. La gestione privata comporterà una razionalizzazione della rete che si traduce però in un razionamento con un aumento delle tariffe e un peggioramento dei servizi. Lo sanno bene gli abitanti di Parigi dove, dopo 25 anni di gestione privata, il sindaco ha riacquistato la società idrica municipalizzandola nel 2008. Inoltre in caso di disservizi, con la gestione attuale dei comuni i cittadini possono far sentire la propria voce presso gli amministratori pubblici, mentre con la gestione privata gli unici ad aver voce in capitolo sono i soci, i finanziatori e gli azionisti.</p>
<p>Il secondo quesito riguarda la remunerazione garantita del 7% sui capitali investiti, sia che il servizio migliori sia che peggiori. Per i promotori è un costo ingiusto che i cittadini sono costretti a pagare per avere servizi scadenti. Per i contrari è una giusta garanzia a fronte delle ingenti somme necessarie per riparare e ammodernare la rete. In pratica si discute sull’abolizione di una forma di incentivo che, come spesso accade in Italia, introdotto per attirare investimenti, difficilmente viene poi abolito una volta esaurito il suo compito. Con l’abrogazione il gestore dovrà trovare nuove forme di entrate, riducendo i costi o aumentando le tariffe.</p>
<p>Il terzo quesito riguarda la costruzione di nuove centrali nucleari della tipologia detta di terza generazione. I promotori sostengono che l&#8217;energia nucleare è troppo costosa e troppo rischiosa e che bisogna incentivare le energie rinnovabili (solare, eolico, biomasse) e il risparmio energetico. I contrari affermano che l&#8217;Italia dipende per l&#8217;80% dall&#8217;importazione di petrolio e metano, che l&#8217;Italia importa energia elettro-nucleare dalla Francia e dalla Svizzera, che le centrali di terza generazione sono sicure e che a soli 120 km da Trieste ce n&#8217;è una in Slovenia e quindi in casi di incidente saremmo coinvolti come con Černobyl. A ben vedere l&#8217;energia nucleare presenta più svantaggi che vantaggi: enormi costi di progettazione, di costruzione, di manutenzione, di sicurezza e di smantellamento; impossibilità di smaltire le scorie che rimangono radioattive per centinaia di anni e che nessuno sa come metterle al sicuro; nessuna centrale di terza generazione esiste ancora e le uniche due in costruzione da quasi 10 anni in Finlandia e in Francia sono in ritardo per continui problemi di costruzione; aumento delle malattie tumorali nelle vicinanze delle centrali, come rilevato in Germania e a Latina.</p>
<p>Il quarto quesito riguarda la possibilità dei ministri in carica di essere processati dai magistrati. I promotori sostengono che un ministro accusato di un reato deve comparire davanti al giudice, implicandone perciò le dimissioni e la sua scomparsa dalla politica per tutta la durata del processo fino alla sentenza finale. I contrari affermano che un ministro non può andare in giudizio perché il suo allontanamento arrecherebbe un danno al governo, limitato nell’esercizio delle sue funzioni e scosso da una crisi di fiducia, e quindi allo Stato. I reati contestati sono riferiti a prima dell&#8217;entrata in carica e quindi si vorrebbe annullare una sorta di &#8220;immunità ministeriale&#8221; che permetterebbe ad alcuni di evitare la giustizia con la nomina a ministro. Per quanto moralmente accettabile, questo proposito si presta anche a facili strumentalizzazioni da parte di fazioni che potrebbero accusare falsamente un ministro di un reato inventato, provocarne la dimissioni e rimuovere così un avversario politico. Più semplicemente basterebbe imporre una forte ammenda per le cause temerarie, ossia quelle nelle quali chi accusa una persona non ne ha la minima prova, e gli ex-ministri potranno essere giudicati una volta usciti di carica per i reati contestati prima della nomina ministeriale.</p>
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		<title>La guerra in Libia tra democrazia e colonialismo</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 10:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di KT</p>
<p>Era questione solo di giorni. La partecipazione italiana ai bombardamenti in Libia non poteva essere rinviata oltre. Le ragioni sono molteplici: la vicinanza geografica, le vicende storiche, i rapporti politici, le opportunità economiche, ma soprattutto le basi militari da cui vengono lanciati i raid aerei, dislocate in Sicilia, e il comando NATO a Napoli. L&#8217;intervento armato è l&#8217;applicazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU che ha stabilito una &#8220;no-fly zone&#8221; (zona di volo interdetta) per proteggere gli insorti della Cirenaica, duramente colpiti dall&#8217;artiglieria di Gheddafi. Da notare che, con l&#8217;astensione di Russia e Cina, i voti favorevoli sono stati di Francia, Regno Unito e USA, gli stessi paesi che hanno attaccato e che poi hanno consegnato la direzione alla NATO, di cui per altro fanno parte.<br />
La sproporzione dei mezzi è stata subito evidente: l&#8217;aviazione anglo-francese e i razzi delle portaeree americane hanno fatto subito a pezzi i pochi jet e distrutto le basi aeree in mano a Gheddafi. Tuttavia i bombardamenti proseguono e gli obiettivi colpiti non sembrano indebolire molto le forze di Gheddafi: le truppe a lui fedeli hanno addirittura potuto riorganizzarsi dopo una ritirata strategica e riprendere l&#8217;assedio di Misurata, unica roccaforte rimasta ai ribelli nell&#8217;ovest del paese.<br />
In definitiva le bombe sganciate dagli europei non hanno altro scopo che creare uno scenario favorevole alla guerriglia e terrorizzare la popolazione e il regime. Nonostante l&#8217;utilizzo di &#8220;smart bomb&#8221; (bombe intelligenti), in grado di individuare un bersaglio con estrema precisione, di missili teleguidati e di immagini satellitare, ci sono stati degli errori: le bombe a volte sono cadute anche sugli insorti.<br />
Questo nuovo conflitto, nato per ragioni legali-umanitarie, si inquadra in un contesto più ampio: il mondo arabo è scosso da una sorprendente ondata di proteste contro il rincaro dei generi alimentari, la disoccupazione giovanile e lo stato di polizia dei vari regimi filo-occidentali. Ora i primi regimi a cadere sono stati quelli in Tunisia e in Egitto, mentre la Libia, che si trova proprio tra questi due paesi, ha avuto una sollevazione da parte delle tribù ostili a Gheddafi. L&#8217;intervento armato può comportare varie implicazioni: l&#8217;estensione della rivolta in Libia, un paese relativamente ricco rispetto ai paesi confinanti, dove il governo saputo i proventi petroliferi sia in opere pubbliche che nel sociale; la guerra tribale, tra le famiglie libiche, pronte a vendicarsi dei torti subiti con la rivoluzione del 1969 che ha cacciato re Idris As-Sanussi, e con un&#8217;oppressione che dura da cinquant&#8217;anni; l&#8217;abbattimento del regime di Gheddafi, un interlocutore ostico, dal carattere forte, di ispirazione socialista, che più volte ha dimostrato la propria indipendenza dalle potenze straniere, e che dopo aver collaborato contro il terrorismo negli ultimi dieci anni, ora viene considerato un leader scomodo; il controllo delle risorse energetiche, il vero nodo cruciale in un periodo di alti prezzi del petrolio.<br />
Oltre a tutto questo, non va sottovalutata la nuova e potente ondata migratoria dai paesi del nord Africa. Gli esperti hanno calcolato in 15.000 gli emigrati che Gheddafi libererà dai centri di prigionia e che nessuno sarà in grado di fermare una volta saltato il tappo degli accordi tra i Italia e Libia.<br />
La situazione potrebbe sfuggire di mano. La guerra, oltre a creare l&#8217;ennesimo scenario tipo ex-Yugoslavia, potrebbe anche rivelarsi non risolutiva, seminando morte e distruzione per creare stati deboli ed esposti ai continui attacchi terroristici come in Iraq.</p>
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		<title>La disoccupazione oltre le cifre statistiche</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 22:28:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mondo del lavoro nel 2010]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Katone</p>
<p>Secondo l&#8217;ISTAT il tasso di disoccupazione in Italia è all&#8217;8,5%, pari a 2 milioni di disoccupati. Meno della media UE del 10%. Ma bisogna considerare che i criteri di calcolo presentano alcuni punti opinabili.</p>
<p>Tra i disoccupati non rientrano i lavoratori scoraggiati, gli studenti e i cassaintegrati. I lavoratori scoraggiati sono quelli che hanno smesso di cercare lavoro. Poiché non cercano attivamente un’occupazione, sono usciti dal mercato del lavoro volontariamente. Naturalmente se lavorano in nero non vengono rilevati dalle statistiche ufficiali.</p>
<p>Gli studenti non percepiscono un reddito da lavoro, eccetto chi svolge lavori saltuari o in nero che sfuggono alle statistiche. La maggior parte di loro studia con la speranza di trovare un buon posto di lavoro dopo una laurea e una specializzazione a 30 anni di età o più. La riforma universitaria ha aperto a migliaia di diplomati le porte dell&#8217;università per dar loro una possibilità. Ma la sensazione è che si sia anche voluto ridurre la disoccupazione giovanile &#8220;parcheggiando&#8221; nelle università migliaia di potenziali disoccupati. Secondo le statistiche i disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono il 28,2% del totale, ben il 7,6% in più rispetto alla media UE del 20,5%. Sarebbero dati allarmanti, ma fin quando ci saranno genitori in grado di mantenere a casa i &#8220;bamboccioni&#8221; il problema non si pone.</p>
<p>I cassaintegrati invece sono ancora lavoratori perché non sono stati licenziati, ma percepiscono un&#8217;indennità per restare a casa che però è minore rispetto al salario percepito. La Banca d&#8217;Italia ha calcolato che in Italia le &#8220;persone non impiegate&#8221; sono il 10,2% sommando i disoccupati, gli scoraggiati e i cassaintegrati. Il ministro del lavoro Sacconi ha duramente criticato questa statistica definendola &#8220;non scientifica&#8221;. Intanto il governo ha esteso la durata della cassa integrazione e ampliato il numero di lavoratori che ne possono beneficiare. Inoltre offre la possibilità di incassare tutta l&#8217;indennità per avviare una attività in proprio. Infatti alla scadenza della cassa integrazione i lavoratori non hanno alcuna garanzia di ritrovare il loro posto di lavoro e potrebbero essere licenziati, diventando ufficialmente disoccupati.</p>
<p>Da un punto di vista economico il tasso di disoccupazione ha una importanza relativa rispetto all’efficienza del mercato del lavoro. Paradossalmente un elevato tasso di disoccupazione non sarebbe grave se la maggior parte dei disoccupati trovasse lavoro in poco tempo. Purtroppo non è il caso dell’Italia, dove rigidità contrattuali e vincoli legislativi rendono difficoltoso l&#8217;inserimento dei giovani nel mercato del lavoro e la ricerca di una nuova occupazione per chi è disoccupato.</p>
<p>La proposta di modificare l’articolo 18 che impedisce il licenziamento senza giusta causa viene caldeggiata dai suoi sostenitori come un modo per modernizzare il mercato del lavoro. Peccato che non siano previsti altrettanti ammortizzatori sociali per traghettare i licenziati verso una nuova occupazione. Agire sul lato dei licenziamenti favorisce i datori di lavoro, incoraggiati ad assumere lavoratori stranieri o a trasferire le attività all’estero, e indebolisce i lavoratori che si trovano costretti ad accettare condizioni peggiori per lavorare.</p>
<p>Questa è una tendenza storica. L’introduzione della mobilità, dei contratti di collaborazione e a progetto ma sono stati più un palliativo che un rimedio. Di fatto hanno inciso minimamente sulla disoccupazione creando però una categoria di 1,5 milioni di lavoratori sottopagati e sottotutelati. Il lavoro ormai sta diventando una merce rara e il prezzo per ottenerlo è la rinuncia ai propri diritti.</p>
<p>Per molti che hanno perso lavoro e hanno oltre 40 anni l’unica prospettiva è mettersi in proprio e aprire una partita IVA. Le liste per aprire un negozio sono lunghe e con la costruzione di decine di centri commerciali gli spazi non mancano. Il settore del commercio, dei servizi e del turismo è l’unico che può assorbire migliaia di disoccupati. I corsi di imprenditoria e i finanziamenti sembrano indicare in che modo lo stato combatte la disoccupazione: se il lavoro non si trova, bisogna crearselo.</p>
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		<title>Conferenza sul clima di Copenaghen</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 19:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[conferenza climatica]]></category>
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		<category><![CDATA[emissioni gas nocivi]]></category>
		<category><![CDATA[energie rinnovabili]]></category>
		<category><![CDATA[politiche energetiche]]></category>
		<category><![CDATA[riduzione emissioni gas serra]]></category>

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		<description><![CDATA[di Katone Dal 7 al 18 dicembre 2009 le delegazioni di 192 stati discuteranno a Copenaghen sulle misure da prendere contro i mutamenti climatici. Sul piatto il raggiungimento di un accordo mondiale prima della scadenza nel 2012 del Protocollo di Kyoto. L&#8217;obiettivo è contenere l&#8217;innalzamento delle temperature globali sotto la soglia critica dei 2°C rispetto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilcorrieredizeugidi.wordpress.com&amp;blog=2005810&amp;post=72&amp;subd=ilcorrieredizeugidi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Katone</p>
<p>Dal 7 al 18 dicembre 2009 le delegazioni di 192 stati discuteranno a Copenaghen sulle misure da prendere contro i mutamenti climatici. Sul piatto il raggiungimento di un accordo mondiale prima della scadenza nel 2012 del Protocollo di Kyoto. L&#8217;obiettivo è contenere l&#8217;innalzamento delle temperature globali sotto la soglia critica dei 2°C rispetto al 1950: oltre questa soglia i mutamenti climatici sarebbero irreversibili.</p>
<p>Dal 1990 le emissioni mondiali sono cresciute del 40% e quindi per raggiungere l&#8217;obiettivo la riduzione dovrà essere dell&#8217;80% (-50% delle emissioni mondiali) entro il 2050. La comunità scientifica è concorde nell&#8217;attribuire il 90% della responsabilità dei mutamenti climatici alle attività umane. Dall&#8217;inizio della rivoluzione industriale (1750 ca.) la percentuale dell&#8217;atmosfera di CO2 (anidride carbonica) è salita da 300 ppm (parti per milione) a 380 ppm. La causa va attribuita agli scarichi di industrie, trasporti, illuminazione e riscaldamento.</p>
<p>La ricerca di una soluzione comune non è  facile e i precedenti tentativi sono stati deludenti.  Firmato nel 1997, il Protocollo di Kyoto prevedeva la riduzione del 5-8% delle emissioni di gas-serra rispetto al 1990 da parte dei Paesi industrializzati. Ne erano però esclusi i Paesi in via di sviluppo ma fortemente inquinatori come la Cina per non rallentarne la crescita economica. Entrato in vigore nel 2005, non divenne mai effettivo per il ritiro degli USA voluto dal presidente di Bush jr.</p>
<p>I mutamenti climatici sono già in atto: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, siccità, alluvioni, desertificazione. A tutti sono evidenti gli effetti dell&#8217;estremizzazione dei fenomeni atmosferici, della tropicalizzazione e dell&#8217;instabilità del clima: temporali violenti e brevi; maggiore frequenza di uragani, tifoni e trombe d&#8217;aria; estati precoci e autunni miti. Le conseguenze sono devastanti: il cambiamento degli habitat mette in pericolo l’esistenza di numerose specie animali (orso bianco, volpe artica, ecc.); gli atolli oceanici e le zone costiere rischiano di essere sommersi dalle acque (Maldive, Tuvalu, Olanda, Venezia); carestie ed epidemie costringeranno milioni di persone ad emigrare in luoghi più ospitali (si calcola che i rifugiati ambientali saranno 50 milioni).</p>
<p>La comunità scientifica è concorde nell&#8217;attribuire il 90% della responsabilità dei mutamenti climatici alle attività umane; mentre l’incidenza di fenomeni naturali (astronomici, geologici, oceanici, ecc.) è minima e distribuita nei millenni. Dall&#8217;inizio della rivoluzione industriale (1750 ca.) la percentuale atmosferica di CO2, il principale gas-serra, è salita da 280 ppm (parti per milione) a 380 ppm. Causa principale sono gli scarichi di industrie, trasporti, illuminazione e riscaldamento (27 miliardi di tonnelate l’anno).  Il metano invece, con un potere di riscaldamento 23 volte superiore alla CO2, è schizzato da 700 ppb (parti per miliardo) a 1750 ppb. La causa va ricercato nell’esplosione degli allevamenti intensivi (bovini e suini) e delle colture a sommersione (risaie).</p>
<p>Due punti accumunano le posizioni dei vari stati: ridurre le emissioni in modo sostanzioso e non essere gli unici a farlo. La base di partenza delle trattative è che i tagli avverranno solo se tutti gli stati lo faranno insieme. Il motivo è di convenienza economica: un&#8217;economia che si ritrova con costi aggiuntivi sarà meno competitiva rispetto ad un’economia che non ha tali costi.</p>
<p>Un altro punto importante è la questione dei costi. I Paesi del Terzo Mondo sono disposti a tagliare le loro emissioni solo in cambio di aiuti da parte dei Paesi industrializzati, facendo ricadere i costi sui Paesi direttamente responsabili dei mutamenti climatici. E non hanno tutti i torti. I Paesi industrializzati con oltre due secoli di emissioni sono i principali responsabili e hanno goduto dei maggiori benefici economici. Appare giusto che siano loro a riparare i danni provocati. Da parte loro i Paesi industrializzati propongono fondi per 10 miliardi di dollari l&#8217;anno a partire dal 2012. Ma sono ritenuti insufficienti dai Paesi del Terzo Mondo, appoggiati da Cina ed India.</p>
<p>Un aspetto da considerare riguarda l&#8217;efficienza energetica e le energie rinnovabili. Per migliorare il rendimento energetico di motori ed elettrodomestici bisogna diminuirne il dispendio energetico. Ma una riduzione dei consumi significa meno profitti per i produttori di energia che cercheranno di opporsi.</p>
<p>Inoltre le energie rinnovabili non andranno a sostituire le fonti non rinnovabili, ma le affiancheranno. I motivi sono vari: rendimenti inferiori e costi maggiori rispetto alle fonti tradizionali, costi eccessivi nella riconversione totale degli impianti energetici, benefici a lungo termine incerti.</p>
<p>Le aree dove si concentrano le maggiori emissioni mondiali sono: Cina (20,7%), USA (15%) e UE (12%). Le posizioni dei vari Paesi sono diverse e controverse.</p>
<p>L&#8217;UE taglierà le emissioni del 20% rispetto al 1990 entro il 2020 (30% se tagli sostanziosi saranno fatti dagli altri Paesi); ridurrà del 20% il consumo energetico e porterà al 20% la quota delle energie rinnovabili (Pacchetto 20/20/20). In più garantirà sostegno finanziario e tecnologico ai Paesi del Terzo Mondo.</p>
<p>Gli USA sono disposti a tagliare le emissioni del 17%  rispetto al 2005 entro il 2020, ma si oppongono ad un accordo vincolante. In realtà il taglio rispetto al 1990 sarà del 4% e la proposta del presidente Obama deve ancora essere discussa al Senato.</p>
<p>Il Giappone è disposto a tagliare le emissioni del 25% rispetto al 1990 e ad offrire aiuti economici e tecnologici, ma solo se l&#8217;accordo indicherà in modo preciso l&#8217;impegno di ogni singolo stato.</p>
<p>La Russia è disposta a tagliare le emissioni del 25% rispetto al 1990, ma approfitta del forte inquinamento di epoca sovietica. In realtà rispetto al 2005 le emissioni cresceranno.</p>
<p>Il Canada è disposto a tagliare del 20% le emissioni entro il 2020, ma si oppone ad un accordo vincolante.</p>
<p>L&#8217;Australia era pronta a tagliare del 25% le emissioni, ma la proposta è stata bocciata dal Parlamento.</p>
<p>La Cina è disposta a ridurre del 40%-45% l&#8217;intensità carbonica (CO2 prodotta rispetto al PIL). Di fatto i tagli saranno legati alla crescita economica e non definiscono alcun limite per le emissioni.</p>
<p>L&#8217;India è disposta a ridurre del 20%-25% l&#8217;intensità carbonica entro il 2020 e chiede un accordo vincolante solo per i Paesi industrializzati.</p>
<p>Il Brasile è disposto a tagliare le emissioni del 36%-39% entro il 2020, a salvaguardare la Foresta Amazzonica e chiede aiuti dai Paesi industrializzati.</p>
<p>Il Messico è disposto a tagliare le emissioni del 50%, ma solo se riceverà aiuti dai Paesi industrializzati.</p>
<p>Le premesse non sono incoraggianti ed è prevedibile che più di un accordo, se mai verrà raggiunto, si tratterà di un compromesso. Il dato che è emerge è la mancanza di una regia mondiale (ONU non ne ha il potere) o di una leadership riconosciuta (l’UE può dare l’esempio ma è troppo debole per svolgere il ruolo di guida). Inoltre l’eccessiva difesa dei propri interessi da parte dei singoli stati pone un ostacolo formidabile da superare. Ma troppo spesso le buone intenzioni si sono infrante contro il muro della realtà.</p>
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		<title>Dati auditel, pubblicità e programmazione televisiva</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2009 16:44:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[auditel]]></category>
		<category><![CDATA[meccanismo dello share]]></category>
		<category><![CDATA[metodo rilevazioni auditel]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Katone</p>
<p>L’Auditel è la società che si occupa di rivelare ed elaborare i dati di ascolto televisivo. Nata nel 1984 e operativa dal 1986, ha sostituito l’indice di gradimento, un parametro soggettivo e qualitativo, con l’indice di ascolto, un parametro oggettivo e quantificabile. La proprietà societaria è divisa in quote: 33% servizio pubblico (RAI), 33% emittenti private (Mediaset e tv locali), 33% imprese che investono in pubblicità (UPA) e il restante 1% alla Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG). Le rilevazioni avvengono su un panel (“campione statistico”) di famiglie: all&#8217;inizio erano 2.400, dal 1997 sono 5.100. Per ogni apparecchio televisivo le famiglie ricevono un meter (“misuratore elettronico”): attualmente sono 9.500 assegnati a 14.000 persone.</p>
<p>Il sistema di rilevamento si basa su tre elementi: MDU (Monitor Detection Unit, &#8220;unità di identificazione&#8221;) che rileva l&#8217;accensione, lo spegnimento e il tipo di apparecchio utilizzato (televisore, videoregistratore, lettore dvd, decoder satellitare, decoder digitale, console multimediale); handset (&#8220;telecomando&#8221;) attraverso cui si segnala il numero di persone davanti allo schermo (famigliari, parenti, amici, ospiti) da aggiornare ogni volta che qualcuno arriva o se ne va; unità di trasmissione, che trasmette i dati raccolti tramite linea telefonica al computer centrale. I dati vengono elaborati nella notte e poi pubblicati la mattina seguente dopo le 10. L’audience (indice d&#8217;ascolto) misura il numero di spettatori e lo share (percentuale). Quest&#8217;ultimo ha un valore economico fondamentale: indica la quota di telespettatori in una determinata fascia oraria e stabilisce il prezzo degli spot e delle televendite che verranno inseriti in quella fascia.</p>
<p>Ad uno share elevato corrisponde una quota elevata di spettatori e quindi di consumatori. Gli spazi pubblicitari più costosi si collocano nelle fasce orarie più seguite: prima serata (20:30-22:30) e grandi eventi. Le fasce di punta garantiscono la massima visibilità e determinano il successo di una trasmissione o la sua chiusura. Per aumentare lo share le tv mandano in onda programmi sempre più appiattiti sui gusti istintivi del pubblico (ragazze semi-svestite,  reality, litigi, fiction stereotipate) e personaggi “che fanno audience” (ospiti polemici, conduttori demagogici, presentatrici dallo voce squillante). Il risultato è un appiattimento dei contenuti generali e una fuga verso le tv che offrono pacchetti specializzati a pagamento (sport, cinema, intrattenimento).</p>
<p>Il metodo di rilevamento Auditel si presta a varie contestazioni. La consistenza del panel appare esigua se rapportata al numero di famiglie italiane: 5.100 “famiglie Auditel” su 24.000.000 di “famiglie ISTAT”. Si tratta dello 0,0002%, una percentuale da sondaggio. La rotazione del panel viene effettuato periodicamente, ma i parametri su cui si basa non sono chiari. Da alcune testimonianze è emerso l’uso distorto del meter che rende inattendibile il rilevamento. Le tv locali lamentano che la selezione del panel avviene in base non a criteri sociali ma territoriali, sovrastimando le zone montane dove è possibile ricevere solo RAI e Mediaset. Inoltre ci sono stati alcuni inspiegabili episodi in cui l’Auditel ha rilevato dati d’ascolto anche se i programmi in questioni erano stati interrotti.</p>
<p>Il sistema Auditel favorisce le tv private per la raccolta dei proventi pubblicitari, ma degrada il livello della programmazione: ormai RAI e Mediaset competono su trasmissioni simili, spesso definiti spazzatura per i contenuti scadenti e volgari. E ad uscirne penalizzati sono i contribuenti perché la RAI per rincorrere lo share ha abbassato la qualità, ma continua ad essere finanziata dal canone radio-televisivo.</p>
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		<title>Referendum elettorale 2009</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 17:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[modifiche legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2009]]></category>
		<category><![CDATA[referendum elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[referendum elettorale 2009]]></category>

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		<description><![CDATA[di Katone Il 21 giugno gli Italiani sono chiamati ad esprimersi su tre quesiti referendari. I primi due chiedono di abrogare per la Camera e per il Senato l’attribuzione del premio di maggioranza anche alle coalizioni e di assegnarlo unicamente alla singola lista vincitrice. Oggi la legge garantisce il 55% dei seggi parlamentari alla lista [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilcorrieredizeugidi.wordpress.com&amp;blog=2005810&amp;post=65&amp;subd=ilcorrieredizeugidi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Katone</p>
<p>Il 21 giugno gli Italiani sono chiamati ad esprimersi su tre quesiti referendari. I primi due chiedono di abrogare per la Camera e per il Senato l’attribuzione del premio di maggioranza anche alle coalizioni e di assegnarlo unicamente alla singola lista vincitrice. Oggi la legge garantisce il 55% dei seggi parlamentari alla lista o alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti. Lo scopo è diminuire la frammentazione politica spingendo i partiti ad aggregarsi verso un sistema tendenzialmente bipartitico. La maggioranza parlamentare ne uscirebbe più coesa e più efficiente. Le liste minori avrebbero diritto di rappresentanza solo superando la soglia di sbarramento del 4% alla Camera e dell&#8217;8% al Senato: così entrerebbero in Parlamento soltanto minoranze con un adeguato sostegno popolare e una certa diffusione nazionale.</p>
<p>Il terzo quesito chiede l&#8217;abrogazione delle candidature multiple. Oggi ogni candidato può presentarsi</p>
<p>contemporaneamente in più circoscrizioni elettorali senza limite di numero, anche tutte. Una volta eletto, però, può scegliere solo uno dei seggi ottenuti. Gli altri vengono attribuiti al primo dei non eletti (il secondo candidato nella lista vincitrice). Questo meccanismo permette al “plurieletto” di decidere chi mandare in Parlamento optando per un seggio piuttosto che per un altro. Alle ultime elezioni sono stati nominati un terzo dei parlamentari in questo modo. Si tratta di una cooptazione di fatto, una scelta dall’alto che non rispetta la volontà popolare e che genera fenomeni di sudditanza verso il plurieletto.</p>
<p>Si può discutere sull’opportunità dei quesiti proposti, ma non sulla necessità di cambiare l’attuale legge elettorale. Il referendum, se approvato, modificherebbe solo alcuni aspetti tralasciandone altri non meno importanti. Una lista potrebbe vincere strappando la maggioranza relativa con un solo voto in più rispetto alla seconda lista (esempio: 20% dei voti contro il 19,99%), ma otterrebbe la maggioranza assoluta in Parlamento (55% dei seggi). In un sistema in cui “chi arriva primo prende tutto” le liste potrebbero aumentare anziché diminuire come già successo durante gli anni ’90, quando l’approvazione di due referendum analoghi, proposti sempre da Mario Segni e da Giovanni Guzzetta, portò alla legge elettorale del 1993 (legge Mattarella) che non risolse il problema della frammentazione politica.</p>
<p>Tra gli aspetti non affrontati c’è il problema della lista bloccata che non consente agli elettori di esprimere preferenze. Voluta per impedire il voto di scambio («votami e ti trovo un lavoro» o, peggio, «vota Tizio perché è in affari col capomafia»), la lista bloccata conferisce ai partiti un potere enorme che permette di piazzare in Parlamento persone di fiducia senza chiedere agli elettori se sono graditi o meritevoli. Alle elezioni i cittadini possono scegliere solo tra le liste, ognuna delle quali presenta un elenco di persone immodificabile e predeterminato dalle segreterie di partito. Per trovare una situazione simile bisogna risalire alla legge Acerbo del 1923 che attribuiva il 65% dei seggi parlamentari alla lista che superava il 25% dei voti. Alle elezioni del 1924 i partiti presentarono liste bloccate e la vittoria andò la  Partito Nazionale Fascista.</p>
<p>Il referendum sarà valido se verrà superato il quorum del 50% + 1 degli elettori. Dato che nello stesso giorno si voterà anche per il ballottaggio delle amministrative, è probabile che il quorum venga raggiunto. In caso di approvazione il Parlamento dovrà rivedere la legge elettorale secondo le indicazioni del referendum, ma durante il dibattito parlamentare sono possibili ulteriori modifiche oltre a quelle del referendum. Come dichiarato da alcuni esponenti dell’opposizione, il referendum è uno strumento per modificare la legge attuale. Ma nulla garantisce che alla fine si avrà una legge migliore.</p>
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		<title>Elezioni Italo-Europee</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2009 10:32:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Katone Si avvicinano le elezioni per il Parlamento Europeo. La brutta campagna elettorale è stata definita dal presidente Napolitano «fuori tono» e a ben ragione: polemiche vuote e battibecchi per il solo gusto del contendere hanno trasformato i dibattiti politici in uno spettacolo scadente. Quelle che dovrebbero essere elezioni molto importanti, e che dovrebbero [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilcorrieredizeugidi.wordpress.com&amp;blog=2005810&amp;post=62&amp;subd=ilcorrieredizeugidi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Katone</p>
<p>Si avvicinano le elezioni per il Parlamento Europeo. La brutta campagna elettorale è stata definita dal presidente Napolitano «fuori tono» e a ben ragione: polemiche vuote e battibecchi per il solo gusto del contendere hanno trasformato i dibattiti politici in uno spettacolo scadente. Quelle che dovrebbero essere elezioni molto importanti, e che dovrebbero renderci un po’ tutti orgogliosi (l’Italia è uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea), vengono percepite quasi con fastidio come un appuntamento elettorale inutile, come se le uniche votazioni importanti fossero solo quelle nello Stivale. Invece sono l’unico modo che hanno i cittadini europei per far sentire la loro voce in Europa. La svalutazione dell’Europarlamento si ripercuote anche sulla gente comune che viene indotta a pensare che non serve a nulla. In realtà il problema è rovesciato: non è l’Europarlamento ad avere pochi poteri, ma sono i rappresentanti italiani che hanno poco peso al suo interno, pur essendo il secondo gruppo nazionale per numero di componenti. Non bisogna poi lamentarsi delle quote-latte, che danneggiano produttori e consumatori, o dei limiti alle emissioni inquinanti, tradotte dai sindaci con le inefficaci targhe alterne. Queste ed altre gravose imposizioni potrebbero essere di molto alleviate se alle elezioni europee venisse selezionata una pattuglia di politici capaci e determinati a fare insieme il bene dell’Italia, invece di gruppetti che continuano a litigare e che spesso prendono l’incarico come una vacanza. A dirlo sono i dati: gli europarlamentari italiani sono i più assenteisti con una media di due giorni lavorativi alla settimana. Inoltre risultano i meno preparati. Risultato: l’Italia può solo che subire le decisioni prese in Europa.</p>
<p>A rendere meno attraente per i nostri politici le elezioni europee contribuisce sicuramente la legge elettorale proporzionale con preferenze: gli elettori possono scegliere fino a tre rappresentanti da inviare a Strasburgo. Peccato che dal 2006 in Italia le elezioni nazionali sono a lista bloccata: gli elettori non scelgono più chi mandare in parlamento, ma delegano i partiti per nominare onorevoli e senatori. Il governo attuale aveva proposto di cambiare in questo senso la legge elettorale europea, ma non si è fatto nulla. A quanto pare la libertà di scegliere da parte dei cittadini, un diritto fondamentale per le democrazie, viene mal sopportato dai partiti italiani, che proprio in occasione delle europee si trovano sempre impreparati e a corto di figure quanto meno presentabili. E infatti non mancano candidature incentrate sulla bella presenza o sulla notorietà, a scapito di idee e di proposte. Ma davvero l’Italia ha bisogno di simboli in Europa? O forse sarebbe meglio avere europarlamentari motivati e in grado di agire con efficacia nell’Europarlamento?</p>
<p>Le elezioni europee sono state spesso sfruttate da personaggi che hanno subito un ridimensionamento come un parcheggio. Da queste premesse molti di loro hanno rinunciato dopo solo un anno all’incarico per tornare alla ribalta in Italia. Purtroppo questa pratica sarà di nuovo ripetuta e probabilmente questi eletti termineranno prima il mandato, evidenziando quanto poco interessi loro l’Europa e il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea.</p>
<p>Comunque andranno le elezioni, i partiti le useranno come un test di gradimento, un megasondaggio pagato dai cittadini e da cui usciranno rappresentanti che difficilmente sapranno far valere le ragioni dell’Italia e che una volta eletti si perderanno nella complessità dei temi europei.</p>
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		<title>Terremoto dell&#8217;Aquila</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2009 18:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Katone</p>
<p>Abruzzo. Lunedì 6 aprile 2009, ore 03:32. A notte fonda la terra sussulta. Ma questa volta non è la solita scossa che da ottobre fa tremare i muri e le persone. Questa volta è una sezione degli Appennini a vacillare. Per venti secondi la gente del luogo vive un incubo: crepe sui muri, oggetti scagliati per aria, sedie e tavoli che si muovo, vetri in frantumi e il soffitto che si fa abbassa paurosamente. La tensione accumulata nei mesi precedenti si scioglie di colpo. Le persone fuggono, si chiamano e cercano un riparo. Venti secondi di paura e terrore. La terra traballa. Sembra che una carovana impazzita di mezzi cingolati si sia radunata in quelle strade. Venti secondi di morte e distruzione. Dopo che le rocce hanno smesso di sobbalzare, le macerie. Uno, due, dieci, cinquanta. I dispersi sono centinaia: sono intrappolati sotto tonnellate di cemento e mattoni. Venti secondi e tutti i sogni di una vita vengono spazzati via.  Arrivano i soccorsi, si inizia a scavare. L’Italia si sveglia con la tragica notizia: L’Aquila è stata distrutta da un terremoto. Molti al Centro Italia pensano a quella scossa paurosa che gli ha fatti saltare giù dal letto nel cuore notte. Per loro è passata, ma per altre 50.000 persone comincia una nuova vita, diversa, non voluta. Qualche cronista paragona l’evento ad un bombardamento chirurgico. Poi si capirà che gli strani crolli erano dovuti a difetti strutturali. Il sisma fa crollare la Prefettura, il Tribunale, l’Ospedale e la Casa dello Studente. Tutte le sedi istituzionali sono inutilizzabili. Qualcuno l’aveva previsto, si dice. Gli esperti dicono che è impossibile prevedere i terremoti. Ma li si può prevenire. Per questo esistono le leggi antisismiche: per evitare simili tragedie. Inizia il conteggio delle vittime: dieci, cento, duecento. Si fa quel che si può, con i pochi mezzi a disposizione e l’incredibile sforzo dei soccorritori. Rimuovono tegole, lastre, infissi e infiniti blocchi informi di cemento. Molte abitazioni di recente costruzione si sono accartocciate su se stesse: spesso il terzo o il quarto piano ora si trovano a pianoterra. La catastrofe lascia tutti senza parole. La programmazione televisiva lascia spazio ad una informazione continua. Dopo una settimana di sforzi si giunge al tragico epilogo: 294 morti.  Gli sfollati vengono alloggiati sotto tende, alcuni nelle strutture alberghiere. La solidarietà nazionale in breve tempo spinge moltissimi ad inviare beni di ogni tipo: alimenti, bevande, abiti, giocattoli. Centinaia di volontari partono per dare una mano a chi ce l’ha fatta. E c’è sempre chi prova ad approfittarsene, ma ladri e truffatori hanno sbagliato il bersaglio: i loro tentativi sono subito smascherati. Dopo le lacrime, i lutti e le rovine è tempo della ricostruzione. Il governo al completo si presenta e promette a tutti una casa per l’inverno. Dove e come non è specificato. Intanto resteranno sotto le intemperie. Anche dall’estero giungono aiuti, ma il governo li accetta solo per le opere d’arte perché l’Italia deve fare da sé. E perché gli appalti che si prospettano sono allettanti. Perfino il Santo Padre rallegra le genti colpite dal terremoto annunciando una visita a fine aprile. E se non può essere presente al funerale di Stato, in sua vece manda il segretario di Stato ad officiare il rito. Passata la settimana critica, le procure indagano sui responsabili dei crolli di costruzioni che dovevano essere antisismiche. Ma cercare i colpevoli non è importante: per il Presidente del Consiglio prima viene la ricostruzione e poi… chissà. Non una parola di condanna sui responsabili. Eppure i loro nomi sono lì nero su bianco nelle firme su documenti e permessi.  Giornali e tv hanno ripreso i loro palinsesti per distrarre di nuovo le coscienze. La giustizia farà il suo corso, ma di sicuro non verrà aiutata. Troppi gli interessi, troppe le complicità. I costruttori hanno amicizie potenti, si sentono al sicuro: il sistema li proteggerà.  Le case crollate non sono le uniche costruite in malo modo. Quante altre ce ne sono in tutta la penisola? Speriamo che per scoprirlo non ci pensi un altro terremoto. Speriamo che il precetto di perdonare i vivi in nome dei morti per questa volta non venga rispettato.</p>
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		<title>La crisi c&#8217;è ma è colpa dei giornalisti</title>
		<link>http://ilcorrieredizeugidi.wordpress.com/2009/03/25/la-crisi-ce-ma-e-colpa-dei-giornalisti/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 18:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[crisi economico-finanziaria, crisi subprime, effetti crisi economica, crisi ed economia reale, depressione economica<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilcorrieredizeugidi.wordpress.com&amp;blog=2005810&amp;post=55&amp;subd=ilcorrieredizeugidi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><!--[if gte mso 9]&gt;  Normal 0 14   false false false        MicrosoftInternetExplorer4  &lt;![endif]--><!--[if gte mso 9]&gt;   &lt;![endif]--> di Katone</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">I mezzi d’informazione sono stati accusati di aggravare la crisi diffondendo notizie deprimenti. Per qualcuno dovrebbero addolcire la pillola amara, invece di fare il loro mestiere. In fondo se non si parla di un problema, quel problema è come se non esistesse. Anche se genera miseria e sofferenze.</p>
<p class="MsoNormal">Gli ultimi dati parlano chiaro: PIL a – 2,5%, 500.000 posti di lavoro in meno, boom della cassa integrazione. Tutti sintomi di una recessione che sta impoverendo larghe fasce della popolazione. Questi i fatti. Gli appelli a non diminuire i consumi da parte del premier Berlusconi sono vani. La gente spende meno non per paura, ma perché la crisi finanziaria e la disoccupazione hanno ridotto il reddito disponibile.</p>
<p class="MsoNormal">In situazioni del genere lo strumento più efficace nelle mani di un governo è stimolare la domanda aggregata con un’iniezione di liquidità direttamente nelle mani dei cittadini. Il potere d’acquisto delle famiglie va sostenuto con più sussidi e meno tasse. Stesso discorso per le imprese che in questo periodo si sentono soffocare per le restrizioni al credito decise dalle banche. I danni che si possono arrecare sono ingenti: le P.M.I. (piccole e medie imprese, <em>n.d.r.</em>) rappresentano ben il 95% delle aziende italiane e, di conseguenza, assorbono la maggioranza della forza lavoro. Se non si agisce in modo opportuno, si rischia di minare le basi dell’economia reale e, a crisi passata, di accentuare maggiormente le disuguaglianze.</p>
<p class="MsoNormal">Per sostenere il reddito delle famiglie occorrono ammortizzatori sociali efficaci come buoni acquisto da spendere subito, assegni di disoccupazione, adeguamento delle pensioni minime. Il governo però è contrario ad un aumento della spesa pubblica, per lo meno di questo tipo. Infatti con i Tremonti bond lo Stato finanzierà le banche che hanno ridotto il credito alle imprese con la speranza che riprendano a concedere loro prestiti.</p>
<p class="MsoNormal">E dire che in Italia il sistema bancario è solido. Da noi non assisteremo a nazionalizzazioni come in Inghilterra o a clamorosi fallimenti come in America. Le banche nostrane hanno evitato il peggio grazie ad un atteggiamento estremamente prudente, quasi al limite dell’inerzia: non assumersi rischi, ma accollarli ad ignari risparmiatori o ad enti pubblici. Questo è stato il caso dei mutui sub-prime, dei titoli derivati e, nel recente passato, dei crack Cirio e Parmalat e dei bond argentini. Da non sottovalutare anche l’applicazione di costi elevati, i più alti in Europa, cui non corrispondono servizi altrettanto elevati.</p>
<p class="MsoNormal">Per comprendere la gravità della crisi basta dare uno sguardo oltre oceano. Negli USA l’economia è vicina al collasso. Fallimenti bancari, forti timori per il settore automobilistico e minori esportazioni hanno fatto salire la disoccupazione dal 4% all’8% con una proiezione al 10%. E questo nonostante 3000 miliardi in aiuti pubblici e costo del denaro azzerato. Il presidente Obama con tutta la buona volontà potrà solo attutire la caduta, non frenarla: è previsto che la recessione durerà per altri tre anni.</p>
<p class="MsoNormal">Altrove le previsioni non sono rosee: in Europa si prevedono 6 milioni di disoccupati, la Banca Mondiale una crescita mondiale pari a zero e una contrazione del commercio mondiale del 15%.</p>
<p class="MsoNormal">Una situazione simile si presentò dopo la crisi del 1929: negli anni ‘30 il commercio mondiale era crollato del 30%, facendo perdere il 30% del PIL mondiale. Seguirono anni di forti tensioni, dittature e corsa agli armamenti. L’epilogo si ebbe con la Seconda Guerra Mondiale che risollevò l’economia e diede inizio alla ripresa.</p>
<p class="MsoNormal">Oggi lo scenario internazionale presenta varie analogie col passato. La guerra in Afghanistan stenta a sbloccarsi e per questo sono stati annunciati nuovi invii di truppe. Dietro ai programmi spaziali iraniani e nord coreani potrebbero celarsi test per sviluppare missili intercontinentali. La volontà di costruire centrali nucleari in Iran, Arabia Saudita, Libia e altri paesi esportatori di petrolio induce a sospettare che l’obiettivo sia di dotarsi di armi atomiche.</p>
<p class="MsoNormal">Se la storia si ripete, allora conoscerla forse non serve ad evitare errori già commessi.</p>
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		<title>Il gigante malato</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 22:57:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zeugidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni americane 2008]]></category>
		<category><![CDATA[l'America nel XXI secolo]]></category>
		<category><![CDATA[L'eredità di Bush]]></category>
		<category><![CDATA[mandato Bush]]></category>
		<category><![CDATA[Obama aspettative]]></category>
		<category><![CDATA[politica di Bush]]></category>
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<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">L&#8217;eredità di Bush jr. (Di katone)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;"><span style="font-family:Arial;">Elezioni storiche negli USA. Per la prima volta è stato eletto un presidente non bianco: Barack Obama. Il senatore democratico di Chicago ha battuto pesantemente l’avversario repubblicano, il senatore John McCain, ex-prigioniero di guerra. Notevoli le differenze tra i due: il primo, 47 anni, mulatto, infanzia povera, studia con i sacrifici della nonna bianca e si riscatta diventando un avvocato di successo; il secondo 73 anni, di sangue celtico, appartiene ad una ricca famiglia e negli anni ’80 viene imputato per il fallimento di una società. Obama vince perché rappresenta la novità e promette mari e monti. McCain perde perché sbaglia a scegliere come vice Sarah Palin, personaggio molto più dinamico che lo mette quasi in ombra, e perché si dichiara pronto ai cambiamenti, anche se ha sempre appoggiato l’operato dell’amministrazione uscente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;"><span style="font-family:Arial;">A determinare il voto è stata la disastrosa gestione di George W. Bush che in 8 anni è riuscito a sfasciare un paese che, dopo la fine della guerra fredda, sembrava destinato a reggere il mondo senza discussioni. Nel doppio mandato presidenziale Bush jr. ha inanellato una serie di insuccessi dietro l’altro. Appena eletto, nel 2001, taglia i fondi per il controspionaggio e dopo qualche mese le Torri Gemelle subiscono un attentato in cui perdono la vita 3000 persone; nel 2002 ordina l’invasione dell’Afghanistan, affermando che il regime talebano collabora con i terroristi islamici; nel 2003 sostiene che Saddam Hussein possiede armi di distruzione di massa e ordina l’invasione dell’Iraq. I primi sei anni di guerra al terrore sono costati oltre 1000 miliardi di dollari. I militari americani morti sono circa 4000, le vittime locali almeno 400.000.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;"><span style="font-family:Arial;">Per quanto riguarda l’economia, il presidente Bush jr. ha autorizzato pesanti tagli di bilancio che hanno influito negativamente su scuola, lavoro, salute, ambiente, sicurezza. Per rimettere in moto la crescita, sono state tagliate le tasse, favorendo però i ceti ricchi, e alle fasce disagiate sono stati concessi mutui facili che si sono rivelati una truffa colossale. Il taglio dei fondi ha impedito anche di soccorrere efficacemente gli abitanti di New Orleans, devastata dall’uragano Catherina. La crescita abnorme dei derivati finanziari e la bolla edilizia ha portato prima alla crisi dei sub-prime, poi alla crisi finanziaria, ora alla crisi borsistica e a breve alla recessione. Inutile ricordare che una crisi negli USA prelude ad una crisi mondiale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;"><span style="font-family:Arial;">Il risultato, sul piano interno, è una crisi economica frutto del drenaggio di ricchezza dai poveri, che sono aumentati, verso i ricchi, che si sono ulteriormente arricchiti. La tensione sociale che ne segue porta la maggior parte degli statunitensi ad essere insoddisfatti e timorosi verso il futuro. Da qui la spinta verso il cambiamento. Anche perché con il tempo, quella guerra che era apparsa giusta, si è poi rivelata una strage senza fine. La guerra preventiva è paragonabile ad un gigante che, pizzicato da una zanzara, decide di distruggere qualsiasi cosa abbia le ali. La caccia ad un nemico sfuggevole ricorda tristemente la guerra perenne del Grande Fratello di Orwell. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;"><span style="font-family:Arial;">Sul piano internazionale i goffi tentativi di rispondere alla cieca ad un attacco, che addirittura era stato previsto dai servizi segreti, hanno portato ad un raffreddamento dei rapporti con le altre potenze del mondo. Gli alleati hanno prontamente inviato truppe quando richiesto, ma l’illusione di una guerra-lampo si è dissolta quando le soluzioni politiche ai conflitti non hanno potuto evitare i continui attacchi suicidi alle postazioni militari. Quella che doveva essere una liberazione, in realtà è un’occupazione straniera con tutte le inevitabili tragedie e corruzioni. Le immagini di militari morti e decapitati, ha aperto gli occhi agli americani che si sono sentiti raggirati quando hanno scoperto che non erano i benvenuti, visto che nessuno li aveva chiamati. Soprattutto quando scopri che tuo figlio è andato a morire in una terra lontana inutilmente. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;"><span style="font-family:Arial;">Così tra un debito pubblico astronomico, un prestigio indebolito, un’egemonia economica insidiata da Cina e India, <span> </span>per il neo-presidente si prospettano anni per niente felici. Se sarà capace di far fronte a tutti questi problemi, dimostrerà che gli americani hanno scelto davvero l’uomo del cambiamento. Altrimenti si preannuncia un periodo di instabilità che potrebbe far allargare il fronte bellico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;"><span style="font-family:Arial;">Auguri presidente Obama. Il mondo si aspetta molto da Lei.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:9pt;">
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